Il primo e spero non ultimo anticiclone sta salutando quella stabilità che poi rimpiangerò nei mesi invernali. Questa frase la scrivevo pochi giorni fa ma il suo dischiudersi avveniva già da prima. La fine di un’anticiclone lungo e pieno di sole che anticipa in maniera direttamente proporzionale la potenza della tempesta, con i relativi danni, quelli che vedi passando, quelli che colpiscono l’albero vicino a te, ma non te, almeno fino a che le rane non ti piovano direttamente addosso non percepisci che il tempo a disposizione sia davvero terminato o meno. Quell’inesorabile che vorremmo tanto evitare e che cominciamo a vivere prima ancora che avvenga. Un paio di settimane fa ho scampato un incidente inevitabile ed inesorabile, per meno di una frazione di secondo, anzi probabilmente il tempo non è esistito in maniera lineare come umanamente conosciuto, si è fermato come in Paul e Nina, aprendo un varco dove ho visto tutto immobile e abbastanza chiaro nel cambiamento, nell’inesorabile. L’ho scampato per una fortuna che non so nemmeno da dove venga, se cerco di leggere il segno del simbolo, o il simbolo nel segno. Mi rimane una ultima ipotesi, della percentuale di atttuabilità infinitesimale o massimale uguale alle altre, cioè incognita e ignota. Mi è stata data un’ultima possibiltà. Tra ricci e capricci mi sto un po stancando. Non posso confrontarmi con le vite a porzione singola ancora molto a lungo. E soprattutto se sposo l’egoismo che mi si mostra, non posso che considerare il mio. Anche quello per cui se mi unisco o interseco a forme di energia che contemplano quella vibrazione, non posso che evidenziare dove lo sono anche io. Non sento la mancanza. Probabilmente di niente e di nessuno, eppure sono spesso anche tutto il contrario. Intorno a me nessuno è felice, sereno e soddisfatto di ciò che ha, rispetto a ciò che vorrebbe, e più è desiderato più si allontana come un elastico che non si ferma a nessuna estremità, che non si fa acchiappare in nessuna delle duali sorti. Ogni volta che sono in questa situazione, comprendo di non essere materialmente eterno, e nell’illusione di questo corpo, della sua mente, e della vita che ha costruito, vedo solo il negativo, e i casini che lascerò a chi si occuperà di ciò che incompiuto abbandonerò. Già ho scritto che non ho combinato niente di autonomo e auto sostenibile, quel progetto per il bene mio, di chi amo e di chi non amo, universalmente utile e depotenziato al punto di creare ricchezza e benessere per me e per chi lo sposa. Rilevo anzi che nel mio vecchio karma farcito di oscurità, menzogna e manipolazione, continuo ad essere curiosamente fortunato, nella coerenza della via della luce la fatica e le mancanze annuvolano il suo cielo e portano rovesci continui difficili da credere o da concepire per chi lavora dal lunedì al venerdì per il progetto di qualcun altro, e che tramite quello schema chiude la porta e non ci pensa più fino alla fine della settimana della creazione. Aveva ragione l’automobilista incazzato quando in una parafrasi biblica sottolineava che Dio ci creò di Venerdì, quando aveva già la settimana piena di creazioni, ed il cervello spiaggiato nel weekend. “Ma facci di lunedì che sei più fresco e rilassato!”. Parole altrettanto sante…
Vivo un’eterna fine nel suo preludio, e sono all’ennesima che finora non si è del tutto compiuta, e supponendo che il numero di queste uova sia limitato come nel ciclo ormonale, a sorpresa scoprirò la mia menopausa vitale e materiale quando scoccherà l’ultima freccia verso il bersaglio che al buio non so ancora né se ho sfiorato e soprattutto se la direzione della freccia sia minimamente quella giusta. Inesorabile mancanza di fine mese, inesorabile delusione, inesorabile dispiacere, inesorabile capacità di azzeccare ogni previsione nefasta. Se vibro alla frequenza sbagliata, quella per cui mi allineo a tutta questa roba, allora ho davvero sbagliato tutto, ed ogni mio intento coerente o programmato rema contro al desiderio, anch’esso probabilmente costruito. Da una parte vorrei cominciare a delegare e lasciare, in modo da non abbandonare improvvisamente una nave che si schianti generando altre vittime. Probabilmente lasciando, con criterio e amore, magari le cose almeno andranno meglio per chi rimane nel recinto dopo di me. O grazie a me, o per colpa mia.
Ma sicuramente opporsi all’inesorabilità non mi sarebbe di aiuto. Anche perché la delusione di aver creato quest’ipotesi del capolinea annienta ogni possibilità di comprensione ed evoluzione. E dopo aver sfogato tutta questa inutile ma pesante merda, rivedo ed osservo in tutti quelli con cui ho avuto simultaneamente a che fare in queste due settimane a Treviso, quell’amore che li spinge anche a sbagliare e a ridepositare involontariamente merda sul prossimo. Quella merda che magari per ruolo sono essi stessi proprio lì a ricevere e a trasformare. Ma come nei tre cerchi, in quello più ristretto a noi se davvero decidiamo di metterci qualcuno, dobbiamo essere capaci di comportarci equamente e “in verità” con tutti. “Nella casa del signore si fanno le preferenze”. E di certo proprio lui di cui portiamo sembianza non ha ad esempio da giustificare. In verità ed in coerenza persino la parabola dei cammelli divide perfettamente in tre il dieci senza mistero della fede. Il mio babbo adottivo ma splendidamente karmico involontariamente mi ha regalato una frase che da ragazzino mi innervosiva perché mi lasciava nell’ignoranza e nella frustrazione dell’ipotesi di una punizione, anch’essa inesorabilmente attirata e aspettata, al contrario dei rari e preziosi premi ricevuti, alcuni invisibili agli occhi rabbiosi, altri evidenti anche per quel bambino così raro e particolare. “Tu non devi preoccuparti, c’è un perché a tutto”. Ancora una volta capisco o provo a capire, a posteriori. I posteriori dell’esperienza precedente si appoggiano a distrazione della situazione attuale, talvolta regolatori della sintonizzazione del canale, altrimenti forti deviazioni dal piano seguente. Chi può dirlo. Appunto, o infatti. Quell’energia guaritrice del cuore forse è l’unica da utilizzare, nella maniera del proprio sentire, quello del silenzio assoluto e della calma, capace di contrastare i venti fastidiosi e indirizzanti di numerologia, astrologia, karma e schemi vari da ferite o maschere. Anche in quel caso la vela serve a navigare anche in vento contrario. Quella capacità di affidamento a quel perché inseguito a vuoto e a perditempo, come desiderare un gelato mentre si è sulle tanto desiderate montagne russe. Ma la vita è questo, nella sua inesorabile illusione, ed anche questo è l’insegnamento probabilmente, desideriamo qualcosa che scopriamo (quando va bene) solo dopo averlo ottenuto che non era davvero quello che ci avrebbe completato, con già il dito puntato sul prossimo illusorio obiettivo. Dentro a questo recinto, esattamente come quelli a noi delegati, siamo lì anche per fare il latte, generare altro, e produrre quella stessa merda, utile alle specie a noi inferiori. Poi come impegniamo quel tempo e quello spirito dipende da noi, come le pecore nere o i brutti anatroccoli. Gli stessi che nel pieno affidamento, quello per cui non esiste ribellione all’inesorabile piega che la vita prende per ognuno, decidono comunque di viverlo e affrontarlo lontani dal gruppo o dal gregge, scelta ardua e dura, per cui la mancanza di accomunamento genera una solitudine riflessiva o libertaria. Comincio ora a sentirmi un po’ meglio e a vedere il segno del minor tempo a disposizione nell’asse delle ascisse, incrociato in quella delle ordinate con l’esponenziale parabolica o addirittura logaritmica funzione dei segnali ricevuti. Il tempo ha cominciato a scorrere diversamente, prendendo un’accelerazione con questa luna che ha seguito quella dell’anticiclone. E nel sole fermo del solstizio si è data vita alla fase seguente tipicamente più ricca di avvenimenti. E soprattutto capire ed accettare il proprio ruolo. E questa frase andrebbe ripetuta e riscritta più volte per imparare ad imparare, e per ricordare di ricordarsi. Io creo la mia vita, è vero, e di certo non vado in giro a sentenziare sull’operato altrui rispetto a ciò che mi risulta evidente all’esterno, esattamente quanto sia confuso per me. A meno che non ci sia, come in taluni quanto emblematici casi, un eventi particolari e simbolici che siano condivisi. Ma anche in questi casi la condivisione non porta la stessa identica risposta sul segno. Probabilmente bisogna scendere dalla moto nello stesso momento ma per motivi differenti.
E nel mentre di questa infinita serie di giorni di riflessione, questi cuccioli ancora una volta insegnano. Questi ragazzini assoldati a Treviso di nuovo mostrano nell’affresco di tutta la complessità di un’età giovanile difficile e complicata, molto più della mia, infiniti lati di ombra e di luce, eppure la loro purezza squarcia il buio del nostro male di vivere come quel raggio fende la crepa di una roccia che nasconde il giorno. La tenerezza che si prova nasce dal vedere quella capacità di muoversi saltando di gioia pur dentro un recinto, come fa il cucciolo vicino alla madre o ai fratellini ad ogni rinascita, ovvero ad ogni risveglio. Quella gioia spontanea e priva di tornaconto o alimentata da un traguardo da raggiungere, che alimenterebbe una centrale elettrica, una capacità che si vuole che si perda, che sappiamo di aver perso, ma non avremmo dimenticato. Ecco perché siamo coglioni, o meglio cazzoni. Ed in tutto questo devo ricordare la preferenza di Dio verso chi, libero, cerca la sua strada, si sposta nella dualità del bene e del male, evolve verso l’irraggiungibile chimera, affronta nel percorso la difficoltà dello scegliere una delle due strade egualmente giuste e sbagliate. Prima o poi, a volte in punto di morte comprende per poi dimenticare, ma non dimentica il “ritorno al padre”, la natura trina e divina che dentro di noi è eterna.
Per oggi credo basti così, come al solito non ho raggiunto nulla di ciò che non sapevo nemmeno di poter ottenere, di conseguenza paradossalmente ho fatto tanto. Sicuramente è ora di riascoltare i Negramaro, “ti è mai successo”.







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