Un altro anticiclone è iniziato. A parte le notizie allarmistiche da ondata di calore per cervelli disabitati e mascherati, io sono felice che ci sia. Quel calore dura poco, e troppe volte, troppe settimane autunnali, invernali e primaverili lo rimpiangerò. Il “tempo” è uno dei classici argomenti da mancanza di argomenti. Ma se proprio devo, posso. Ricordo dei pomeriggi estivi in cui pur di non saltare la mia uscita al “campo di pallone” alternavo le insolazioni al fenomeno delle suole che si scioglievano a contatto con l’asfalto di fronte a casa. Già le insolazioni erano un curioso fenomeno, che la mia giovanissima età viveva come una stramba stranezza, un raro ed originale quanto passeggero senso di ottundimento mentale, condita da particolari onde globulose dentro la testa. Qualcosa da neurologia o ictus se vissuto oggi. Quelle scarpe scioglievano e filavano verso il suolo come l’interno del finto sofficino della pubblicità e sentivo quell’odore di bitume e di idrocarburo. Quella specie di petrolio che oggi scopro non essere davvero fossile tantomeno guano. Tutto questo avveniva spesso nell’indifferenza di tangentopoli, della strage di Capaci, di Ustica, di un mondiale perso, o di una stagione estiva che con un’eclissi riusciva a far scappare ogni animale dal proprio compito. Tuttò ciò passava e nessuno vi si soffermava, forse perché non sollecitato alla vista o alla percezione da un’introduzione, a volte stupida come le mie parole stasera. E non mi ponevo certo domande, si affrontava come occasionale o “normale”, e si passava oltre. Percepisco oggi le risposte ai quesiti, ieri sofferti, che ormai non mi interessano più, nell’incertezza di un futuro in questa materia che mi lascia interdetto, non riesco ad avere una visione a distanza, quella ravvicinata invece è miope, almeno inizialmente. Questa visione lontana da una parte la temo, dall’altra la immagino terminare da un istante all’altro con l’amaro sapere di dover ricominciare da più indietro, come sapendo di aver sprecato o gettato l’opportunità, pur avendoci messo l’impegno, mal proiettato forse.
Osservando ciò che vivo, ciò che ho l’opportunità di sperimentare, e ben diverso da ciò che produco e materialmente dispongo, ritengo che rispetto a quasi tutti i componenti della mia famiglia io sia davvero molto più fortunato. Quasi un segnale di avviso. Quasi uno schiaffo morale al mio morale. E non solo rispetto alla mia famiglia biologica, ma anche guardandomi intorno verso i tre cerchi dei miei amori all’esterno fino alle mie conoscenze, e sottolineo sempre che nonostante le mie difficoltà materiali, che sono figlie dei cavalli che mi trainano spesso e volentieri, non posso che rilevare il medesimo riconoscimento. E quel riconoscimento, è composto da senso di colpa, incertezza, stupore, lotta di ego, e due piccole ma salvifiche parti di generosità e gratitudine.
Due frasi del mio grillo parlante, del mio maestro e mentore mi sono rimaste impresse. La persona per cui provo un senso di colpa e un affetto equivalenti molto più antichi di quel che si possa costruire in 30 anni. 30 anni lunghi e pieni, vuoti e lenti, sacri e magici. Uno spazio di condivisione fatto di tranquillità e protezione, che forse quasi con nessun altro si può provare. Ma la mutanda rossa e il senso di riconoscenza su un’educazione genitoriale appresa grazie a loro non bastano a dimostrare nulla.
“I cavalli delle emozioni mi trainano verso un percorso arredato nella personalità”. E trainato da queste emozioni dimentico forse il mio ruolo ed il mio scopo probabilmente più alto.
”La mia tendenza alla portualità geografica marinaresca” mi spinge a trovare situazioni in ogni luogo ed in ogni mondo che si rispecchiano tanto quanto la forza di quei cavalli prenda le redini ed il comando. Ed in questi mondo, luoghi e situazioni invento e scopro vite parallele o antiche, come se fosse un destino. O come se il destino fosse in agguato per la sua scoperta e per la scelta, là dove davvero ce ne sia. Vite, luoghi e situazioni che la vita stessa mi mostra come non sia in questa occasione possibile vivere ciò che altrui ritiene un’uscita dal proprio recinto, dalla propria gabbia, o dal comune senso di imprigionamento. E non è bello avere questo ruolo, al di là dell’amore profuso, dell’affetto e di ogni tipo di esperienza e familiarità che si possa vivere diversamente dal proprio porto.
Poi osservo i cani, e il mio pensiero si placa, di fronte all’umiliazione che ricevo da cotanta vista. Anche questo non può non essere un segno di una prossima vita relegata o regalata a servire e proteggere con quell’unica e fantastica energia uno stronzo qualunque come me. Oppure chissà, forse qualcosa di meglio. Queste anime nobili si affidano, si gettano alla cieca nella fiducia dell’”andrà tutto come deve”, esercitando quella presenza splendida e meravigliosa di una rara specie innocente, al servizio dell’umanità così pronta a vendersi e vendicarsi, quella di cui faccio parte, inequivocabilmente, e senza il desiderio di nascondermi. Quella razza che rappresento e che a partire da me a tratti mi fa schifo. Eppure avremmo un’opportunità di molto superiore a questo meraviglioso esemplare che questa sera davanti a me, dopo aver sopportato tutte le stronzate della sua famiglia affidataria, si è lasciato andare al suo destino, dapprima disteso con gli occhi aperti, poi partendo per il suo meraviglioso mondo onirico privo di incubi. Quella prima fase è quella che osservata mi devasta di più, guardandosi intorno, disteso, rivela ciò che noi non siamo capaci di osservare senza giudizio, e quello sguardo prima di addormentarsi io non sarei capace di sostenerlo se fosse rivolto a me. Questo per me vuol dire tanto. Al punto che la chiudo qui.



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