La ricchezza. Tre giorni davvero intensi ed intensivi, con sacrificio e impegno, dedizione e umiltà. Perchè giustamente per creare ricchezza è anche giusto chiedere consigli e sfruttare l’esperienza di un mentore, qualcuno che viva già in quella dinamica. D’altronde per avere un training su qualcosa che non conosci, è sempre bene rivolgersi a chi in quel qualcosa sia un campione. Potendone avere la possibilità sicuramente sceglierei il migliore nel campo, non certamente un improvvisato.
Dopo avere approfondito e capito che il flusso del denaro è l’effetto collaterale della propria coerenza, del proprio amarsi, oltre al risultato delle proprie azioni libere da depotenziamenti e veleni, constato che manca un dinamismo, quei famosi “due pani e due pesci” che non ho messo dove dovevo mettere, che probabilmente ho posizionato in una posizione troppo vicina. Troppo vicina a me e a quella siepe che offusca parte del mio sguardo, impedendomi di vedere l’ampiezza dello scenario. E mi ritrovo con una particolare energia e motivazione a riguardo, una strana centratura, nonostante qualcosa nel mio karma precedente appicca un fuoco pericolosamente incendiario e che con estrema facilità può accendere una rabbia improvvisa e furente, non motivata, e per niente attinente. Ne ho fatto le spese pochi giorni fa, e mi sono anche dato medaglia, perché sebbene selettivamente, ho saputo spegnere il fuoco già diverse volte senza affumicarmi o senza annebbiare la vista con il fumo dello spegnimento.

Ho compreso che la ricchezza deve anche essere una scelta, necessità impegno e rigore, proprio perché va cercata e trovata dentro, ma anche stimolata esternamente con precise azioni, procedure, tecniche precise e regole, come quelle da seguire per filo e per segno quando qualcuno di superiore, in esperienza e saggezza, ti impartisce, non per punirti, ma per insegnarti.
C’è sempre ricchezza nel cuore di chi è grato.
E poi soprattutto, almeno per me, è molto importante la motivazione. Ognuno può avere la sua, o le sue. La mia è importante, è legata all’amore che merito e che do, e al progetto. Il fine. Qui bisognerebbe eliminare una serie di condizionamenti e di luoghi comuni. Il primo dei quali è spesso culturale, poi a volte religioso, in altri casi sociale o indotto mediaticamente, persino dalla costituzione. Difatti di “repubbliche fondate sul lavoro” c’è la nostra, ma ci sono anche nazioni fondate sulla libertà individuale e sulla autorealizzazione, indubbiamente al di là delle culture differenti e delle difficoltà di vivere circondati da persone culturalmente armate, se il tuo Stato propone nei fondamenti una cosa, questa viene trasmessa. E la nobiltà del lavoro non deve rispecchiare l’invidia e il rancore che genera chi apparentemente ha un tenore superiore, considerato spesso come cattivo. Eppure è sempre una questione di scelta e di coerenza. La coerenza non ha a che fare con il senso di colpa, ne è libera, e si fa strada nel sentiero dell’amore. Parole difficili e curiose, che possono sfondare la barricata del pregiudizio solo se vestite degli stessi abiti, o possano avere camminato nelle stesse scarpe. Se io sono in grave difficoltà, e osservo qualcuno di fronte a me a bordo della mia amata Ferrari, o scendere da una barca che adorerei, coerentemente dovrei essere felice che al mondo esistano oggetti così belli e tanta felicità. Al di là del giudizio precostituito per cui vi sia merito o meno sulla base della mia superficiale osservazione, dovrei essere contento che ci sia tanto agio, e tanta bellezza, laddove ammettessi di apprezzarlo, onestamente. Ma questo è tutto un’altro step di onestà. Anche solo di ammettere che non l’ho sempre pensata così, e non detesto o giudico chi lo pensa, chi lo sente, chi fa fatica, chi è in difficoltà, come me o anche peggio, e guarda all’esterno cercando capri espiatori, rumorose valvole per sfiatare il gas creato dal bollore della propria insoddisfazione.

Perché vorrei diventare ricco? Per sistemare alcune situazioni pesanti, mai definitivamente e solo come apporto s’intende, ognuno poi deve fare il suo, e per guadagnare quel tempo che è la risorsa più importante che si abbia nella vita. Quando si va a morire si comprende che il tempo è esaurito. L’uomo rimanda, parla delle cose che deve fare come considerando che vi sia tempo indefinito a disposizione, ma non è una certezza, e quella certezza dell’incertezza vorrei tanto che venisse insegnata a scuola, perché ogni giorno si rinasce dopo che ogni notte si muore, a tempo determinato però, specificato ma non ricordato. Il progetto è quello di “lasciare un segno”, qualcosa che ho scoperto essere anche nelle mie corde in questo fine settimana. Lasciare un segno senza colmare il senso di colpa di avere qualcosa più degli altri, al di là del merito, al di là della fatica o dell’estrazione, della fortuna o della predisposizione. E per lasciare un segno intendo creare qualcosa che possa essere di aiuto agli altri. E sebbene ci sia un sistema che prepone e dispone le difficoltà di effettuare beneficienza in modo semplice, posso anche avere uno dei 101 desideri, forse una cinquantina di questi, che comprendano anche il viaggiare per portare innovazione e benessere dove manca. Sapere di non potere cambiare il mondo ma operare per agevolare qualcuno, per alleggerire la sofferenza di qualcuno. E tutto questo, come dice l’ermetismo italianissimo, senza che nessuno ne abbia la minima possibilità di ricondurlo a me.

Dopo aver partecipato alla tre giorni di corso sulla ricchezza, all’alba del terzo giorno, in particolare dopo aver approfondito le tematiche aziendali che possono riguardarmi, mi è venuta in mente la scena del film Limitless, quella in cui questo scambio di battute ha espresso sia allora che oggi il mio stupore e la mia onorata rispettanza.
-“sei fuori, io con quelli che lavorano per me non ammetto ritardi o assenze”
-”Chiedo scusa, sono stato male, ma hai dato un’occhiata ai miei appunti”?
-“si, e devo dire che dopo averli letti ho licenziato alcune persone”
Allo stesso modo ricevo una dimissione, proprio oggi, e sono cosciente del fatto che molte cose dovranno cambiare, proprio per la natura dell’azienda, che viene prima del sociale, del personale, e dell’emotivo. E mi serviva qualche esempio crudo e reale per rendermi conto che anche quello sguardo era offuscato da una siepe molto vicina, che ostruiva la vera profondità di campo.

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