Nel mondo dei simboli e delle metafore navighiamo su un battello che ha momentaneamente perso equipaggio, vela, remi e motore. Vento a disturbo e onde a regime per percorrere il volere della natura. Una natura indotta, a volte dalla coscienza collettiva, più spesso per attinenza di scelta spirituale interiore. Proprio quel fato che si considera avverso, e meritocraticamente non affine al proprio mental sentire, insegna ciò che la scelta originaria non specifica, ma senza aver avuto l’opportunità di studiare la lezione mensile ti getta nel mezzo di un esame finale. Senza avvertimenti, senza segnali apparentemente visibili, ma solo a posteriori come cartelloni stradali enormi. Probabilmente quei cartelloni c’erano, ma noi osservavamo altro. Altro che, utile sicuramente, ci è servito per qualcosa che in quel momento doveva funzionare in quel modo. Eppure non c’è poesia o narrazione che possa indorare quella pillola, amara, che rischiara il ph dello stomaco troppo inacidito o gravemente addolcito. Rifletto sugli schemi di buonismo e altruismo, confrontati con quelli, anch’essi s’intenda, di fermezza neutrale, del paradosso sintattico che contende il tempo ed il luogo di una particolare dinamica. La difficoltà e la sofferenza mi insegnano più che ad altri, o meglio, più che al me stesso ignaro, in una modalità non piacevole ma relegata alle possibilità. Le mie possibilità odierne riprendono le caratteristiche e le dinamiche di un’opportunità, lontane ma speculari alle capacità, che costruite opprimono la visione di un qualsivoglia termine di instabilità, apparecchiato alla tavola del menefreghismo, del vittimismo, della compassione all’ottava sbagliata, e di quella probabile umiltà che fa rima con aspettativa. Per non parlare dell’accoglienza e dell’accettazione, doloroso e complicato affidamento puro, con ogni lettera maiuscola.

Eppure la schiera di quelle vanità non comanda la fortezza di una particolare integrità che svanisce nell’ego e nel tornaconto. Tra miti e profeti, mitologia e profezia, vi è la fiaba della storia da raccontare, ed anche l’oratore può influenzare la riuscita della narrazione. Anche un doppiatore può influenzare la riuscita dell’intenzione di un personaggio, e noi facciamo lo stesso, con la potenza dei nostri schemi, piloti automatici, schemi ricorsivi di aiuto, sostegno, i relativi e adduttivi additivi, i propri e altrui buonsenso, le chimere travestite da civette lontane e mirabili a miraggio. Non so davvero cosa dire a risoluzione, se l’avessi non avrei a scriverne. Questo è poco ma sicuro. Nel campo dei simboli e delle metafore vi è la materia, la composizione della sabbia nelle mani, il sapore del piatto che a noi piace e a qualcun altro meno, la preferenza, l’idealismo, un certo tipo di coscienza, un certo tipo di giustizia.
Anche questa una vera mannaia che apre i tornelli dell’ingresso singolare verso il tunnel della quota divina. Quella giustizia che solo raramente appartiene ad una virtù più che ad un sostantivo di composta interpretazione. Tra simboli e metafore viviamo nella materia. La consistenza della sabbia, diversa da ogni opinione, così come ogni sensazione o visione. Chi sta con chi, perché, come si fa o non si fa una cosa, con che concetto o preconcetto, i dualismi, i buonismi, le educate cortesie, i propositi, i tornaconti, passivi o attivi. La bontà, arbitraria, selettiva, verso chi, perché, e secondo uno schema di merito. Al contempo la difesa e l’attacco, verso lo specchio, spesso invisibile, di ciò che in noi serve, presente o palese, assente ma evidente. Possente ma invisibile lezione di ciò che abbiamo come schema di ciò che materialmente ci attornia e crea quel contorno. A volte la circoscrizione diventa una gabbia, le cui inferriate appaiono evidenti sono nel momento in cui osserviamo lo specchio esterno evidente e differente nella ferita, nello smacco, nella mancanza, nella perdita. E tutto ciò accade solo nella perfezione di una concordata e “dimenticata” promessa evolutiva in accordo con le nostre capacità, in accordo con l’estro spirituale, con la audace spinta allo stimolo onirico e vigile, per cui tra sogno e realtà si preferirebbe il disorientamento al risveglio, piuttosto che la verità ad occhi appena ri-aperti.
Ma che ne so io, come tutti voi, di ciò che di là di quel ponte c’è in serbo, di ciò che abbiamo inconsciamente scelto, ognuno per se, ognuno per noi, e ripeto “per”, non “contro”. Ci basterebbe avere l’alfabeto dei simboli e delle metafore per concepire che di reale non c’è nulla, nemmeno la sabbia che scorre nelle nostre mani, la gravità pesante di un oggetto che ci sfugge, il dolore di qualcosa che per noi è grave e per qualcun altro è meno, o nullo. Allo stesso modo ogni prova ha un peso che ha bisogno di una bilancia senza tara, senza numeri, di un percorso senza ostacoli, di occhi che non vedono, di un cuore che sente ciò che è più alto della sua materia organica.
Nei simboli e nelle metafore vi è il significato che via via diamo alla vita, fino all’ennesimo momento in cui, messa in discussione quella parte di noi esattamente uguale, riconsideriamo senza la pesantezza e la gravità che pesa schematicamente sull’opinione che ne abbiamo. Poi esiste tutto ed il contrario di tutto, nel corpo e nel fluire che l’energia gli si offre. Nel peso che si da ad un costrutto che dobbiamo ancora considerare come reale, in un mondo dove la realtà è relativa, dove ogni materia è proiettata, ed anche il torto non ha esistenza, se non nella sua accezione di creazione attratta.

E ancora non ho capito nulla, in debito come mi trovo, in debito verso di me, in debito verso il prossimo. A credito di nulla, lo stesso nulla che ottengo, senza pretendere, da me stesso medesimo.

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