“Inevitabile follia”, cantava Raf, e per conto mio appresso al cielo scriverò, di una probabile ironia. La stessa che scherza canzonante sul tornaconto, sull’apprendistato, sul compendio dell’articolo scritto in precedenza, che avversa e imperversa su tutto ciò che avviene nell’inconscio comune. Qualunque cosa avvenga, rimane sempre nel solco di ciò che serve da esempio, portato come messaggero di un recondito e comune avverbio di ciò che si percepisce. E nel comune assenso si contempla ciò che nessuno vede, o che si ignora. Questa prosa si appresta al significato che vorrei esprimere, in maniera latente e nascosta, quando invece le giuste e dirette parole non si manifestano ancora. Il terra-terra è presente, il livello superiore ancora è lontano.
In questo periodo si accumulano e evidenziano alcuni temi, tra quelli riconoscibili, quelli per cui ancora non si è capaci o estrosi al corretto livello del giusto osservare. Estro sì, perché la somma è osservata come il mazzo di stuzzicadenti caduto a terra nel film The Rain Man. Non ne conosciamo né azzecchiamo il quantitativo esatto, ma indoviniamo una forma, come fosse una nuvola che assomiglia a qualcosa, spesso diverso per ognuno, o inteso solo se descritto o fatto notare. Nella settimana appena scorsa, nello specifico, ho attestato come tutta una serie di definizioni e netiquette siano tutte nella testa di chi le vede in quel modo, lo stesso per cui può avere sembianze differenti per l’osservatore esterno.
E quindi mi piace l’idea che ogni cosa che mettiamo fuori, esprimiamo, sommata alle altre, in sostanza quante cose insieme vengono espresse, mostrate come un pattern, e la forma, o la sembianza che può esprimere, per la visione esterna, sia a sua volta uno spunto su cui riflettere per il modo che si ha per decodificare la vita.
C’è una differenza da uno schema di visione ed uno di interpretazione. Al di là del preconcetto comune ad entrambe le figure risultanti, nella parte interpretativa c’è forse più margine di evoluzione che in quella schematica. Ma quando lo schema, tutto nella testa, pregiudica alcune esperienze di cambiamento, ben poco andrà in avanti, in evoluzione, rimarrà in quell’area continuando a spostarsi, ma solo in parallelo, come usando una lametta da barba, l’unico movimento da non effettuare mai, pena il garantito taglio e conseguente sanguinamento.
E occasionalmente ancora mi taglio in quella maniera il viso. E la domanda, spontanea, è legata alla ricostruzione della dinamica per cui accade. Perdo presenza, e non ricordo che alcune cose, contemplate, non sempre sono utili o efficaci, come un coltello, utile a tanti utilizzi, ma pericoloso se orientato verso qualcuno o in direzione di ciò che non va tagliato, qualcosa che da un lato resiste, ma dall’altro si lacera con facilità. Un bel paradosso.
Difficile ambire ad una posizione di pace, di serenità, e di calma, quando intorno a te vari stimoli spingono in quelle direzioni, occulte e sporadiche, disarmoniche e demoniache, in senso divisorio, per l’umana condizione che necessita. E se di opportuna necessità comoda virtù compete, allora ancora una volta comprendo il compito. Quel compito che esprime nella sua difficoltà espressiva la inevitabile condizione, quella per cui si approccia alla vita con la consapevolezza che non si è tutti uguali, e nella diversità vi è da una parte la fortuna. Dall’altra parte la sventura accompagna e istruisce, eppure non insegna a volte. E di quell’insegnamento ognuno di noi è alunno. Giusto chiedersi cosa abbiamo imparato. Altrettanto giusto chiedersi cosa ci insegna chi ci sta davanti, proprio quando ci fa incazzare. Dove sta l’incazzatura, dapprima identificato in una parte del corpo, poi consapevolizzato nello specchio di ciò che abbiamo già dentro, creatore di quella dinamica. Ma qui si entra in un territorio difficile, quello per cui non sempre viviamo coscientemente in ogni sfaccettatura, non guardiamo oltre. Non scopriamo ciò che ci viene mostrato con quell’insistenza.
Ed allo stesso modo l’inconsistenza. Ciò che sebbene esista non ha consistenza. Non ha esistenza spirituale o dinamica. E qui inizierebbe un ulteriore riflessione. Ma penso di aver annoiato il lettore, piu o meno quanto me.
Concludendo, attesto e comprendo che quegli specchi sono identificativi di ciò che dentro preme per la coerente evoluzione, ma non sempre funziona a dovere. Eppure siamo sempre in gioco. Sempre liberi, sempre accolti, sempre aiutati. E se il suggerimento esterno mi compete, il desiderio è distante dal merito, e la frequenza decide tutto, compreso il fatto che ciò che è destinato a noi è ostacolato dal nostro senso di auto-sabotamento, o peggio, l’inconscio potere di autoflagellazione riportata dall’altrettanto inconscia sensibilità alla perdita o al non meritare, a volte per giustificare la fortuna o il caso, corrisposto in rispetto a chi si ha vicino.





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