Nel mentre che la mia saletta buia e silenziosa si riempiva di ciociari terribilmente rumorosi, riflettevo su ciò che sto facendo in questo preciso periodo. Un momento particolare e particolarmente momentaneo. Un momento ricco, ricco di opportunità e di amore. L’amore si verde solo con gli occhi predisposti e preposti. Ieri era così. Ed oggi è uguale a ieri. Senza la tavolata di ieri. Eppure a sentire la capotavola, “la vita è così, come dice sempre la mia estetista…” Al di là di ogni tipologia consumista e progressivamente giudicante, constato come sia bella la varietà di questo mondo delle apparenze e delle sue manifeste sembianze. E cercando la mia, scavo nel mio interiore per rispecchiare meglio ciò che non so di poter dare. Quella canzone recita “pace a me che non so amare ancora, ciò che ho e non so non amar quel che non ho”… Quella canzone mi ha accompagnato dai primissimi anni novanta ad oggi come un perdono interiore alla mia acerba inesperienza. La capacità di portare fuori è determinata dalla corrispondente quantità di materia sottile interiore. Qualcosa dentro preme e spinge verso la fuga. Altro invece ricuce e consolida, appunto congiunge, ciò che apparentemente non compete. E nel dilemma degli accenti, degli apostrofi e dei significati aggiungo ciò che invalidante confonde nella doppia o multipla esposizione dei simbolismi e dei predicati, strade diverse da percorrere a seconda del nostro schematico intendere una parola o la complessità di un periodo rispetto a qualcun altro. Quel periodo sintattico, analitico o lessico rappresenta diverse verità, e non posso certo assumere qualcosa a totem di una credenza o di un ideale.
E dopo non aver detto niente ma aver stupito con effetti speciali determino con gioia ciò che volevo. La risonanza di ogni parte di noi echeggia nella parafrasi di ciò che ci accade. E ogni singolo movimento, ogni istante nelle sue immagini, rende a noi un parallelo ed un meridiano di una sfera inesistente. Ciò non vuol dire che quelle longitudinali coordinate siano errate. Sono solo un preludio del messaggio che inevitabilmente si manifesterà in seguito con una evidenza eclatante. Evidente e impossibile da fraintendere. Eppure nella storia della sua integrità, quella verità apparirà sempre evidente e univoca, ma sempre e solo a posteriori. E quindi, come anticipare quell’insoddisfazione tipica della umana condizione? Forse con un poco di affidamento. Tipico della convinzione per la quale siamo immortali, ma temiamo la dipartita fisica. Quella fine che potrebbe nel mio caso anticipatamente preannunciare una sorta di risultante di un periodo pieno di errori, sommati, che arrivano come una punizione, ad un epilogo irreversibile. Questo è il punto, questa è la mia principale paura, temere che così come vibro, ottenendo e perdendo, non mantengo quella media tipica per portare avanti il mio scopo, questo sconosciuto. E di questo di sicuro non se ne può parlare al bar, o con il primo che capita, e nemmeno con i più stretti affetti, proprio perché appannaggio del nostro più profondo io. Quell’oscuro mentore che non sempre ci parla nel linguaggio più comprensibile, eppure evidente, eppure sotto gli occhi, ma solo dopo la scoperta dell’errore. E chi sono io per determinare questa risultante? Proprio io che sono ancora in prova?
Stabilirò un record, di inesperienza, legata al mio essere passato. Quel passato e parallelo che solo poco alla volta ora intuisco, di eletto, di mago o di faraone, seppur agli occhi esterni e stregati, per cui il mio compito ora sia più complesso, uno slalom gigante senza il tempo, con ostacoli che rappresentano le vite vicine ed il loro amore, motivo per cui per quanto sia stato ligio, non posso certo afferrare l’incudine del coerente appiattimento. In quell’orizzonte piano non riesco a contestare né a scorgere una via di franca verità. Quella magia per cui non soffro più delle magagne passate, che osservo invece nei miei specchi odierni, e per la stessa stregonesca stregoneria ottengo gratuitamente ciò che in passato desideravo con tutte le mie forze ed ora è affabile scocciatura. Un bel dilemma. Nella vita materiale conosco ciò che il calzolaio ripara per tutti gli altri, come nel paradosso informatico il barbiere rade tutti quelli che non possono farlo da soli. Eppure il problema non si risolve senza un assunto per cui qualcuno rade il barbiere. E quel qualcuno, con la diffida appena ricevuta, non lo riesco a trovare. Impossibile fidarsi, impossibile affidarsi, e delegare, se l’ego comanda la propria responsabilità e la propria capacità di cavarsela da soli, accelerando i tempi, risparmiandone, perfezionando ancor più la risoluzione. E tutto d’un tratto sarei costretto a “parlare come si mangia”… E proprio in virtù del fatto che adoro mangiare con le mani, scopro e avvaloro la mia capacità di selvatico evolutivo. Un aggettivo apparentemente denigrativo, eppure pieno di spunti di crescita. La capacità di crescere evince nell’opportunità di rendere il proprio percorso un film da poter riguardare senza malinconia ma con molto orgoglio.
Come ogni vita chiederebbe al proprio noleggiante. Come ogni affittuario dovrebbe comportarsi con l’immobile della sua vita. Il rispetto fino al giorno finale.







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