Vorrei tanto riuscire ad approfondire le differenze tra i livelli di espressione ed esercizio a nostra disposizione. Terra-terra, terra-cielo, cielo-terra, cielo-cielo. Si va verso l’alto ma anche in senso inverso, ed ogni stadio ha un significato specifico rispetto a quello apparentemente speculare. In altre dinamiche appare diverso, o con altri termini o luoghi. Ovvero, materiale-emotivo-spirituale-divino. O presente in altre innumerevoli distinzioni legate alla relativa cultura o scuola di scoperta.
Nell’esercizio di ciò che si ha davanti e del “come” ci viene mostrato, si ottiene esattamente l’affresco di ciò che abbiamo dentro, inconscio ed invisibile o non percepibile come volontario. Innegabile che la richiesta ottenga rifiuto se desiderata e bramata, o anche peggio quando celatamente temuta. Al contrario si ha in abbondanza ciò che serve, ma senz’altro abbandonato il desiderio e svanita la sua attesa, si manifesta come una sorpresa. Spesso si prende ad esempio qualche specchio di persone a noi vicine o apparentemente distanti che economicamente vivono una certa sicurezza. In tutti i casi manca sempre qualcosa, ma per ognuno di questi casi, è innegabile come sia necessario e propedeutico l’avere quando si ha o meno quella possibilità. Spero di essere stato abbastanza astratto per soffocare l’idea del dittongo denaro-capienza interiore, come schema di suffisso regolamentato. A volte determinate vite devono proseguire con quello specifico apporto senza quella specifica difficoltà. Come posso ottenere qualcosa che necessito senza desiderarlo? Senza averne paura, o peggio una proiezione di insufficiente merito a riguardo? E perché ogni cosa precedentemente e così arduamente desiderata si presenta con tal ritardo alla porta? Ma qui parliamo ancora del livello terra-cielo, una configurazione segnata dalla bisettrice emotiva tra il materiale e lo spirituale.
In un mondo come quello odierno, in cui ogni centimetro di vita è in guerra, esserne protagonisti è un privilegio. Un onere pesante e meditativo. Una prova nella prova che sottende nella difficoltà la trappola della lamentela e della sottolineatura sulle mancanze. Infatti sono le presenze ad essere nascoste, o apprese come dato di fatto e scontate, che solo riguardate con occhi passati possono evidenziarsi come miracoli. Ancora a quel livello, lo stadio cielo-cielo, o il livello spirituale, alcuni esseri superiori o non più presenti se la ridono di gusto nei nostri confronti, osservando il nostro girovagare nel recinto di questo immenso allevamento da un confine all’altro, appuntando ogni estremità considerata una fine del mondo come scoperta di un pioniere di una cartografia originale e primordiale. E proprio chi non c’è più, e passa per un altro piano, prima di una probabile avventura in una nuova parte, delle tante, starà ridendo ancora più fragorosamente, nella visione di ciò che dall’alto è evidente, mentre al livello terra non lo è. E difatti il nostro problema sembra essere proprio quello. Per quanto noi si tocchi alcuni stati più elevati, ritorneremo sempre a terra, e dalla terra non è semplice vedere cosa c’è oltre il mare oppure al di là della montagna. Infatti sarebbe apparentemente inutile parlare di orizzonti infiniti se lo sguardo è limitato. Con la fantasia si può passare oltre, con la meditazione anche, sebbene non vi siano documenti scritti che provino quale è la versione ufficiale, quella ufficiosa, e soprattutto, la verità, quella che per innumerevoli motivi non prontamente accettabili, non siamo pronti a vedere e percepire. il problema casomai è la presunzione di percezione assoluta, che deriva esclusivamente da ciò che si è in quel momento, le chiavi a disposizione, e la limitatezza del “range” espositivo di portata, cioè dove siamo capaci di arrivare. Per arrivare più lontano possibile, bisogna avere la capacità non inquinata di lasciare ciò che si è, alla cieca, come fosse l’agnello sacrificale sostituito dal primogenito biblico, pronti a tutto. E direi che non ci siamo. O perlomeno non conosco nessuno che possa darmi questo esempio. E questa è una supposizione, basata sui miei limiti, compresa nelle rare e poche intuizioni di ciò che sono riuscito ad ottenere,. Ed ancora non mi avvicino per nulla a ciò a cui ambisco.

Già, perché solo se sono vicino per assonanza a ciò che mi serve non lo ambisco, solo quando ottengo ciò che necessito, quando ricevo abbondanza per me e per chi amo, solo allora capisco che non la stavo più attendendo con disappunto o fervore, con brama o con mancanza. I livelli servono per capire dove si è, e dove si sta spaziando, l’oscillazione necessaria che ha l’ampiezza eguale al proprio bisogno. Meno bisogno, meno oscillazione. Così come l’apparenza e la figura che si fa, o che si crede di fare, o impersonare, un po’ come l’abito del monaco. Eppure il monastero ha delle regole anche legate all’abbigliamento. E di quel vestiario dobbiamo essere capaci di spogliarci e denudarci, a fondo, così come la tendenza che ci rende così imperfetti e unici. E di quei livelli superiori saprò scriverne appena sarò pronto, allineato, o ne avrò ricordo.

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