Aconito di un arrembaggio, coacervo di un compendio. Cerco di capire dove sbaglio e dove prendo, dove azzecco e dove perdo.
Ed in questo momento specifico apprezzo ciò che non è alla mia portata, nascosto e lontano, ma parzialmente osservabile, in quanto tale come chimera, sperimentando l’esercizio della descrizione di quella dinamica già ottenuta, o quello stato già raggiunto, come se fosse un quadro, dipinto di un momento definito, e libero dalle modalità o dai meccanismi, che inconsci, depotenziano quel disegno alla ricerca del modo in cui lo si possa raggiungere. Come se in ogni ambito sia necessario quanto vitale esprimerlo. Eppure è naturale la sua espressione. Chi ne è capace. Chi ne è capace scagli la prima pietra.
Ed in ogni caso compete ad ognuno la responsabilità di recepire ciò che si vede e si sente.
Oggi mi è stato chiesto se sono felice. E la felicità esattamente come la libertà e la ricchezza è una scelta, non una condizione, quindi non è rincorribile. Ma è solo una questione di appuntamenti. Appuntarsi l’orario ed il luogo dell’impegno che si è preso con se stessi. Ricordarsi l’appuntamento. Ma ricordarsi non è forse sinonimo di presenza? Ricordarsi di ricordare, ennesima volta che mi ripeto, sempre e solo per ricordarmelo. Allo stesso modo non sono felice, ne ricco quantomeno libero, proprio in relazione al ricordo di me allineato alla frequenza di quel tipo di energia. Probabilmente non la conosco bene, motivo per il quale sono convinto di veicolare qualcosa che è impuro e condizionato, quindi probabilmente ininfluente. Cioè non influente al livello sperato. E quindi doveroso di ritocco, di rettifica, all’origine, per capire dove il linguaggio esprime qualcosa di non universale, di influenzato, influenza, senza, flusso, senza fluire. E potrei continuare all’infinito, con gli innumerevoli accenti e le radici della mia lingua, quelle per cui una parola ha un suo significato nel complesso, un sinonimo acerrimo, una base ed una desinenza che possono anche “cozzare” se applicate in maniera diversa.

Eppure questa materia che ci siamo scelti è proprio un gran bell’antagonista. Al diavolo ogni meritocrazia, almeno per quel che concerne le azioni. Questo ora mi è chiaro. Sì può fare qualunque miracolo dinamicamente, ma se non lo si vibra interiormente non c’è nulla da fare. E anche questo scontra con le conoscenze pregresse. Quelle, probabilmente oggi errate, che ieri ci hanno tenuto in vita, consentendoci di sopravvivere al contrasto autodistruttivo di noi stessi, al nostro karma ed alle prove che, specifiche, rispecchiano il dovere ed il contrappasso, a volte, di ciò di cui non possiamo aver ricordo. Ed anche questo mistero infittisce la capacità di discernere il merito dall’esperienza.
Ultimamente per lavoro, per ottimizzare e risparmiare tempi, a livello commerciale mi faccio aiutare da diverse A.I., in voga ora, diffuse e alla portata di chiunque. Mi ritrovo aiutato nella redazione di testi commerciali, a volte anche a carattere esoterico, ma in direzione di una promozione di prodotto o servizio. Talvolta anche recensioni di articoli che ho scritto, con una capacità di adulazione che, dire demoniaca è poco. Ogni volta mi stupisco di come in pochissimo tempo, in un semplice step, questa intelligenza sia superiore a diverse umane di mia conoscenza, ed anche alla mia, per la capacità di esercitare e svolgere compiti che riguardano l’estensione grammatica e lessica, superiore alla mia voglia di farlo.
Per scrivere le mie riflessioni in questo blog, seguo l’ispirazione, e spesso rileggo sorprendendomi di esserne l’autore, così come mi sorprendo di quando mi sono, ed ho, sottovalutato le capacità, mie e di un elaboratore, che entrambi, giudico incapaci di sapere, quindi inibiti ad esprimere. Fortunatamente un agent di I.A. una riflessione del genere non è ancora programmato a farla, o a crearla, probabilmente perché la mia follia non è istruibile. E questo, laddove certificato potrebbe adire ad una mia lusinga.


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