Ci ho riflettuto proprio in questi giorni. Vengo da una perdita, e sebbene sia stato sereno nel lasciare andare ho comunque patito alcune tipiche ripercussioni, emotive, legate al vedere soffrire gli altri, alla perdita di una qualche abitudine o presenza, al vuoto e alla mancanza. Per non parlare dell’inevitabile cambiamento, forse un tempo sofferto maggiormente, oggi per lavoro ho imparato a partire, fruire e lasciare. La paura del cambiamento è un’ombra esattamente lunga e scura come la selettività. Tutte dinamiche che appaiono inesorabilmente solo o più predominanti quando la situazione cambia. La morte è l’unica cosa certa della vita umana. E nella personalità che lascia il corpo, anche l’anima si fa vedere con più fervore, spaziando e apparendo in modi più evidenti e sottili. Lasciare il corpo equivale al sonno, nel quotidiano spostamento dal mondo materiale al mistero onirico. Chi rimane vivo può patire, ma dovrebbe gioire per il viaggio che chi lascia intraprende. A volte il viaggio precedente si interrompe anzitempo per evenienze o inconvenienze. Altre volte il viaggio volge già da tempo al suo termine, vuoi per età o per saggezza, ma in ogni caso coesistono sempre i ripensamenti, i rimorsi, la convinzione che si poteva o doveva fare meglio, o qualcosa che potesse evitare o rimandare quella dipartita. Per gli altri queste sensazioni danno ancora più incertezza e dispiacere, per noi stessi il discorso è molto più complesso.
Ogni cosa nella vita però ha questo specifico comportamento. Non è la prima volta, mi piace il paragone con il mondo botanico. La pianta spunta improvvisamente, quasi a sorpresa dalla terra, cresce e va verso la fioritura, che ha un momento immobile di rara bellezza e di consistente durata, quella per cui la maturazione floreale si conserva nella sua invisibile decaduta, fino al primo segno di appassimento. Anche questo può avere durate indipendenti dalla natura. La delicatezza di quella bellezza così satura può venire spazzata da una pioggia avversa e improvvisa che altrimenti non la avrebbe danneggiata. Nella natura tutto questo non viene considerato, nella coltivazione umana, la trasposizione invece comporta un atteggiamento e la relativa preoccupazione tipica dell’attaccamento. Simbolicamente questo fiore coltivato dall’uomo può interessare diverse tipologie di dinamiche, esperienze, e avventure di ogni tipo. Vale per le emozioni ad esempio, vale per i sentimenti, vale per le relazioni. Vale per la salute, vale per il lavoro, e potrei continuare all’infinito, come se avessi trovato la quadra e volessi sfogarmi elencando un dizionario.

Certe volte si ha come l’impressione che una determinata relazione od esperienza possa avere la durata del fiore dell’agave. Una fioritura eccezionale che avviene una volta soltanto nella vita della pianta, tra l’altro solo in determinate condizioni geografiche e climatiche, un’evento eccezionale ed improvviso, di una rara bellezza, che al suo termine porta anche alla morte della pianta stessa. Quando “possiedi” una pianta o osservi direttamente una fioritura non puoi non essere invaso da una serie di emozioni e sensazioni senza la capacità di descrivere esaurientemente l’esperienza che stai beneficiando. E nel lasciare andare ciò che hai visto crescere e maturare anche grazie al tuo impegno e all’amore, è inevitabile il dolore del distacco, e molto meno visibile e facile la sensazione e la consapevolezza che tutto ciò è parte della vita e dell’esperienza completa che va inevitabilmente vissuta. Lasciare andare evitando il dolore del distacco è roba difficile, e non c’è un modus semplice quando vieni toccato direttamente. Esternamente le parole si sprecano e la saggezza è tipica della sorpresa dell’uovo kinder. Scontata ma misteriosamente implacabile, oserei dire micidiale. Quando la pianta è ormai irreversibilmente danneggiata non si può fare più nulla che possa salvarla, e lo stesso vale per la salute, per la vita nella sua completezza, per un certo tipo di esperienza, ancor più se quella che non avresti mai voluto abbandonare. Come una madre, un padre, un rapporto stretto, un’anima gemella. Osservare una dinamica o una persona che sta morendo è una fuizione che lacera dentro, ancor più avere anche solo il dubbio di averlo concatenato con l’irrazionale inevitabilità del proprio operato, anche questo, sempre a posteriori, una scelta dell’anima per vivere quell’esperienza evolutiva così potente e completa. Rimane comunque un dolore, un ripensamento, e il dubbio, sul mettersi nuovamente in discussione, per avere creato la situazione che non avresti desiderato, per aver co-creato ciò che ti serviva e che non avresti mai voluto vivere o vedere. Ed è particolarmente triste, non vedere più quella bellezza.
Ancora domani mattina non lo rivivrò, non ritroverò la coerente innocenza di mio nonno, silenzioso e generoso quanto saggio compagno di casa, non rivivrò quell’amore che ho ammalato, ma dal quale non sapevo se mi sarei mai distaccato, eppure sapevo che entrambi erano esperienziali e a termine. Uccidere o lasciare morire, ammalare o conservare. In tutti i casi ci vuole impegno, concretezza, presenza. E quando manca la presenza i risultati arrivano inesorabili. Nella mancanza di presenza, ogni male affiora, ogni errore diventa una scusa per avvalorare quella stupida rabbia, quell’orgoglio che non servono a niente. Eppure muovono il mondo e buona parte delle sue energie. Nel 2020 quando è morta mia nonna ho pensato e dedotto che non avrei più avuto quella cosa nel cuore, e mi ci sono abituato, trovando il bene in altro, ma sempre consapevole che qualcosa era finito, per sempre. Ora ho perso entrambi i miei genitori protettivi, e a catena sto perdendo altrettanto amore, prima di tutto per me stesso, nello specchio di ciò che ho facilitato e ottenuto. E non ho più intenzione di assecondare le ferite altrui, per il rovinoso sanguinamento delle mie. E l’orgoglio oggi segna la fatalità, accresce il personaggio, lo rende forte e solitario, così come mi sento proprio ora. Domani mattina, come ogni mattina, so che il mio orgoglio sarà già giù nel cesso, ogni giorno è così, perché come credo possa essere universale, ci sono dinamiche di varia entità, per cui non valga la pena difendersi da chi non ti sta attaccando, eppure mi devo rendere conto che può esistere anche il contrario, che esista anche ciò che per me non ha luogo, e che sia rispettabile, come la malattia che abbatte anzitempo la matura fioritura della vita, dell’amore, dell’evoluzione. Aspetto e temo, ritardo e spero, comprendo e accolgo che sia andata così.

Categoria

Tags:

Informazioni su questo sito

Questo sito è:
un luogo completamente mio dove posso esprimermi in “ordine sparso”.
Riflessioni e considerazioni.
Punti di vista e condivisioni.
Razionale ed irrazionale, abbinati in maniera libera e rigorosamente disordinata.

Archivio articoli per mese
Commenti recenti
Classifica Articoli e Pagine
Chi