A volte basta un pizzico di magia per vedere le cose che l’umana specie non è in grado di scovare. A volte basta un pizzico di magia per scoprire come la nostra specie sia potenzialmente idonea al non vedere. A volte basta un pizzico di magia per scoprire ciò che è nascosto sotto al velo della nostra stupidità. Quella stupida e fisiologica tendenza a sbagliare e creare una realtà diversa da quella sottostante, o da quella preponderante. La realtà, speculare, per ciò ciò a cui attieni o ottieni si mostra poi preponderante per una ricorsività evidente, laddove la si possa osservare o notare. Sì, sembrerebbe tutto lì il problema. Se fosse un problema. Ma non lo è, e difficilmente si ritrova o si rileva. Questo ragionamento apparentemente incomprensibile trova spazio nella capacità di sostare e andarsene dagli spazi contrassegnati dal nostro dolore. Pur avendo pagato il parcheggio per ulteriori ore o giorni.
Tutto sta nella traduzione. Ogni informazione, ogni evento, ogni esperienza viene decodificata e tradottta per noi dalle nostre parti, le nostre insicurezze, il nostro voler vedere ciò che siamo abituati o preparati a vedere. Preparati, istruiti, abituati, predisposti, preposti, condizionati, tutte condizioni legati agli schemi ed alle maschere che ci identificano. Tutte parti di noi da guarire o da lasciar morire, che probabilmente in altri momenti necessitano di un ringraziamento per il loro apporto salvifico legato al momento. Così come l’essere magri o grassi, e la relativa capacità di uscire da quella forma, laddove essa importi o influenzi la propria autostima, tutto ciò è legato alla difesa dal mondo esterno o alla voglia di distruggersi di fronte a qualunque cosa.
E in un momento come questo in cui ogni abitante, anche il più abbiente o audace mi mostra il suo talento contrapposto al suo limite di malattia mentale, contravvengo allo specchio che mi mostra il portale sconosciuto ma evidente. Tanto evidente quanto la differenza tra la specularità e l’osservazione. E considerando l’osservazione come figlia di un’influenza, mi consolo nel non capire un cazzo, o in parole più poetiche, di essere come chiunque viva in questo momento, lontano dalla meta o dall’obiettivo che non so nemmeno dove inquadrare. Oggi scopro come la mia attitudine sia orientata verso un “enneatipo”, o enneagramma. Nove diversi stratagemmi di adattamento psicologico che rappresentano una lente specifica attraverso cui percepiamo il mondo esterno, guidata da motivazioni esterne profonde, paure inconsce e desideri fondamentali. Nel mio caso l’Enneatipo 4, probabile e fatale al contempo, è il creativo, sensibile ed espressivo, che si sente unico e incompreso, ricerca l’autenticità profonda e il significato emotivo, tendendo alla nostalgia. In sintesi un individualista romantico. Ci farò i conti. Sicuramente un meccanismo di differenziazione sociologica e comportamentale che stuzzica la mia indomabile vena di non rimanere ignaro e ignorante di fronte ad una tematica di analisi umana.
Mi mancano in questo momento i Negramaro, nella loro canzone “ci sto pensando da un po’”, per la caratteristica tipica e unica del, “costretti poi a dover sperare, per non doversi accontentare”…, “sarebbe il caso ora di non dire, parole che non vuoi ascoltare, e tanto cosa avrei da dire, se sono sempre io a parlare”…
Eppure nonostante tutto, mi piace allinearmi a quella strofa e alla musica che recita cosi: “A volte può sembrare che sia tutto finito, un attimo dopo ti guardi le mani, e copri le nuvole, afferrandole, le riporti in giu, nascondendole dietro la schiena, in un prossimo sole, fino al suo all’imbrunire, per vedere meglio le stelle, e rassicurarle, che domani sarà ancora, un nuovo inizio.
Di fronte al mio enneatipo così nostalgico ed emotivo non ho motivo di enunciare alcun motivo o effetto scatenante, se non per un’impostazione pregressa e attentamente ereditata, o sposata, grazie alle mie caratteristiche unite alle mie esperienze, condite e farcite dalla mia sensibilità e dalla relativa mutanda strappata del pudore e dell’integrità perse, con infinito e grato contesto di attribuzione. Una ulteriore identificazione che sorregge le caratteristiche che sono a nostra disposizione per considerare se siano emozioni, tipicità, carattere, o forse tutte manifestazioni del nostro ventaglio, identità costruite in reazione o in difesa di ciò che nemmeno sappiamo cosa sia. E questo è il sovrannaturale e coincidente contrasto nella magica ignoranza. O almeno mi piacerebbe esso lo sia.
Non so davvero cosa stia succedendo in questo momento, accavallamento tra 2026 e 27, avvicendamento già alle porte, sebbene per le 13 lune sarebbe un altro anno o un altro ciclo. Mi chiedevo che luna fosse stasera, per uscirmene con questi temi, sebbene una luna artificiale immersa nell’acqua del secondo firmamento riflette la fase predeterminata ma non naturale, eppure appresa e compresa, nonché efficiente. E anche questa scoperta, questa teoria inavvicinabile non mi porta più lontano del disorientamento tipico di chi sa di non sapere, proprio dopo aver scoperto di non aver saputo niente, nella maggior parte di esistenza convinta del contrario. Tipico e univoco, Tipico e universale, pur con quella verità così nascosta quanto evidente, che di tanta evidenza riempie il bicchiere dello stupore, nascosto dal timore di mostrarsi diverso da una folla. Eppure ancora una volta mi rendo conto di quanto queste riflessioni siano lontane dal mio mondo, quel mondo inscenato e messo in scena dalle mie proiezioni, sebbene in comune con anime compagne, ma sempre incognito. E da domani ogni mia tristezza o nostalgia sarà oggetto di algoritmo schematico, e probabilmente varrà meno di ciò che ho sempre considerato tale, diminuendo in valore per il dubbio di un’emozione lontana dalla verità consapevole. Eppure domani avrò ancora fame, qualcuno direbbe… Io non ho nemmeno appetito, se non dopo aver assaggiato qualcosa, a cui sono abituato, esattamente come il caffè o il tabacco., come il vino o il desiderio fisiologico di lasciare andare e fluire. Il tutto riferito e tradotto nella materia.
E nel mentre la Mannoia evidenzia il cambiare, per lei sottolineato ed emancipato dalla paura di morire, altrettanto per amore, piuttosto che per evitare sofferenza, o per ricominciare. Bella cosa ricominciare. Come già scritto, prendere zaino in spalla di tutto ciò che avevi accumulato fino a prima, nel peso sostenibile, per spostarsi, andarsene da lì verso un nuovo orizzonte, verso una nuova meta da raggiungere. Continuo a lamentarmi, e dio solo sa che stupido che sono nel farlo, nonostante sappia come sia depotenziante. Ho fallito. Nella materia sicuramente, quella per cui molte persone audaci e importanti hanno quel lato al limite della malattia mentale, come già enunciato. Eppure soffia. In quella canzone almeno. Eppure, neppure, comunque. E un’ulteriore riflessione mi sfugge via sotto le dita, attraverso le tempie. In questi giorni sento il cambiamento, qualcosa che intorno amplifica il mio pugno nello stomaco, quella sofferenza nell’aria che durante il 2021/22 ho percepito come derivante da una illusione, un condizionamento di massa. Oggi sento lo stesso, a tratti, percepisco un pericolo di un’attacco imminente, forse solo una condizione, una riflessione, ma comunque vedo e sento arrivarmi addosso ad ogni incrocio uno scontro o uno shock. E probabilmente sono ancora nell’occhio di un ciclone che solo a me è evidente, o solo a pochi, e ognuno lo può osservare con gli occhi della propria esperienza, di ciò che ha dentro. Ancora non so cosa ho dentro, completamente almeno, per fortuna. A volte credo che nella risposta definitiva ci sia la fine dell’esperienza, quella terrena, che nonostante tutto mi piace, per l’amore che spontaneo ho da dare, e la bellezza che si vede, e il calore che si sente, e l’energia che attraversa, scansando e colpendo incolpevoli le emozioni che trainano quel cavallo spesso senza la consapevolezza del cocchiere e dell’anima, ma che orchestrano la magia dell’Amore, quell’unico rimedio al karma avverso, il mio, seppur non completamente, ma che deve insegnare tanto a chi tanto ha spazio nel contenere e nell’apprendere.






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