Ci sono alcuni versi di una poesia, che poi è anche una canzone, che riassumono il dover prendere la propria vita in spalle e trovare la strada quando un ciclo, una vita, un amore, volge al suo inevitabile termine. Un termine materiale, ben inteso, ma della stessa materia emotiva di queste lettere in questo foglio bianco virtuale. Un termine che sebbene scontato arriva sempre nel momento meno indicato, almeno agli occhi altrui, almeno agli occhi offuscati. Come già scritto, detto e risaputo, ogni cosa ha un inizio ed una fine, un ciclo probabilmente eterno, simile al mistero dell’avvicendarsi tra il cieco sonno e l’evidente veglia. Probabilmente nel mistero della notte, del sonno e del sogno vi è una delle risposte all’oscuro e inafferrabile quesito. Proprio oggi, proprio ieri infatti, che l’opportunità del mio lavoro mi aveva avvertito con sincronico tempismo tramite ben due persone al lavoro, sconosciute a me e tra loro, che in due momenti diversi mi hanno rivelato il loro dono, quello del sentire o prevedere la morte. Qualcosa che comunque mi gira intorno da sempre. Inizierò a comprenderlo forse. Altre batoste serviranno forse, o al massimo come in un’altra canzone che mi è cara vi sarà da leggere tra le righe la risposta. Ma quella vorrei tenerla per le considerazioni finali.
”…Un minuto di raccoglimento, oggi si è spento un sogno, conti fino a 100 e torni a vivere…”
…in questa eutanasia, non ci ameremo più qui, ma attraverso ciò che in altri giorni avremo perso…
… ce lo divideremo quel che pagheremo al boia, per crepare poi di noia o nostalgia…
…l’avrebbero chiamato poi il nostro numeretto, e tocca pure a noi, noi dentro il sacchetto, di questa sporca tombola del mondo…
…Che vuoi che sia, sia che sia sì, sia che sia no, lascia che sia così, poi sia poesia..”
Probabilmente proprio in quest’ultima strofa ci si può trovare già una risposta, un guardare avanti. Guardare alla poesia. La poesia che c’è inevitabilmente in ogni cosa, anche nelle lacrime che scendono. Nel perdono, nel ringraziare e ringraziarsi per il “dono” ricevuto. Accettarlo, quel dono, inconsapevole o cosciente che è sempre positivo ed evolutivo, che sia un dono di gioia o di dolore.
E fin qui tutto bene, perché a posteriori non può che essere così, è il ciclo naturale della vita, ce l’abbiamo sotto gli occhi e ci ostiniamo a negarlo o fuggirlo. E nel suo rifiuto ci sta “ciò che in altri giorni avremo perso”. Perso, che non è il contrario di vinto, e semplicemente “mancato”, distratti dalla stupida ed evidente materia che mettiamo noi stessi in scena. Attraverso i modi e gli schemi che desideriamo utilizzare per incastrare e incolonnare i come ed i perché di ciò che non ha la forma di quelle caselle ma che ci piacerebbe tenere in quel modo sotto controllo. Mi viene in mente la possibilità di contenere l’acqua in un retino, o di far sopravvivere una creatura in una bottiglia chiusa. Una è impossibile e la si vede svanire, perdersi sotto gli occhi, l’altra, altrettanto, anche se non inizialmente, quando il lento decadere dell’ossigeno, variabile nello svanire da specie a specie, da forza a forza.
Probabilmente in una situazione di eremitismo, anche non isolato, si può vivere distante dal dolore della perdita, non dando all’esterno ciò che a fatica riusciamo a dare a noi stessi, o che erroneamente crediamo di dare nel giusto modo. Anche nella capacità di saper godere di ciò che si ha nel momento stesso in cui lo si ha. Senza rimandare, programmare o dare per scontato, errore che qualcuno paga più caro di altri. Già, perche quell’assurda “tombola” evidenzia nella casualità qualcosa che ci contempla, annunciando la nostra possibilità, reale, già esistente, ma solo ignota, di avere un tempo a disposizione in questa linea materiale, diversa dal tempo dell’eternità, probabilmente l’unico degno del sorriso e della felicità nel ringraziamento di essere morti ieri notte e rinati oggi, per vivere una nuova opportunità, e vale la pena provare, nell’attesa di un perché che arriverà quando ormai non avrà la medesima importanza dell’odierna incertezza.
Poi un conto è comprendere il dono di un’interruzione vitale, altra cosa è il significato dello scontro tra le personalità, degli schemi e delle insoddisfazioni, delle differenze tra progetti e presente, della cecità rispetto alle possibilità, altri veleni che ammalano ed esauriscono l’ossigeno di quella creatura di amore. Uno stupido ed orgoglioso tiro a segno che prima o poi può addirittura trafiggere al cuore anche nel tiro più distratto e sbagliato. In quel caso ringrazio di essere ancora così infantile, perché ritengo propositivo di avere ancora opportunità per crescere, nell’anima che mi mostra per simbologie e sincronie le mie possibilità di guarigione e di evoluzione, e pur non d’accordo con le principali correnti, nel dolore si cresce più che nella gioia, la seconda spesso si da per scontata o meritabile, o addirittura ottenibile, a me viene da sorridere.
Mi cullo sull’altalena di questa canzone, in modo che le lacrime scendano in diverse direzioni, con l’unica verità che sento per me stampella in questo momento, in cui sto a fatica in piedi.

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