E viceversa. Ricordarsi di ricordare, ma questo può compromettere, o forse no, nella perfezione simmetrica nella negazione dei contrari e degli specchi.
Agitare prima dell’uso, mescolare senza corrompere gli ingredienti che resteranno integri e miscelati, riconoscibili e tangibili, pur dando luogo a qualcosa di nuovo. Un lavoro sistematico sulla gestione della rabbia. Questo veleno che affligge ed ammala le menti già piene e sature di proiezioni al futuro e al passato. Questa rabbia che a volte viene accettata ma mal digerita, ingerita e non trasformata, e questo cruscotto, questo corpo che a forza di somatizzare spesso esprime nelle infiammazioni livelli di resistenza che hanno oltrepassato il limite, quello reale, non quello della mente, in gara con noi stessi, sempre.
E allo stesso modo questa incarnazione, a volte vista come purgatorio della vera essenza, a volte il vero e proprio inferno. In altri lidi, la stessa visione può apparire come il necessario input positivo per progredire evolutivamente. Stasera più cose scorrono, perché lo specchio ha rivelato buona parte del compito. E nell’atteggiamento risiede la disciplina. Vero, non su tutta la linea, ma di grande aiuto. Il giudizio, sfidante instancabile e pregresso nel nostro ragionare, nel nostro amare, ancor di più nelle nostre scelte, propone, dispone, scarta e incarta le indicazioni che riceviamo, nonché le scelte che illuminando esprimiamo, oltre a quelle che inevitabilmente abbassano il livello. La coerenza, questa misteriosa, integrità spietata che come una magnolia che prospera radiosa e vitale nel proiettare la sua ombra su specie analiticamente più in basso, e non è di soli centimetri che si parla.
La frutta, che vibrazionalmente nella sua funzione e soprattutto nella sua astensione, interviene nel desiderio di essere ciò che gli altri si aspettano tu sia, il frutto dell’albero, la continuazione del tema. Qualcosa che ti sposta dal fine, dal reale compito. A volte quel tema non può essere perpetrato, sebbene semplicemente predisposto, per la propria o comune integrità fisica e emotiva. Corrispondere a ciò che gli altri si aspettano da te, nel ruolo ad esempio del figlio, porta evolutivamente a distacchi amorosi di elevata difficoltà. Paura di perdere relegata all’immagine di se che si è costruito, o a quella che gli atri proiettano stridendo contro il mio giudizio di immeritevole impostore. Ma anche questo pozzo rindonda e riporta acqua passata.

Eppure quella meravigliosa magnolia continuerà a vegetare rigogliosa, nel suo bene, nella sua salute e nella sua luce, pur omettendo la luce alle specie ai suoi piedi o alla sua flora sfortunata e della vicina esposizione. Ma tutto questo fa parte di quel gioco in cui in palio ci sei tu, la posta in gioco sei tu, gli altri giocatori sono sempre Tu. La vincita accresce una abbondanza, quella di te. Quella abbondanza che come nella omonima legge prescrive e abbina le velocità in cui le tue esperienze verso la gioie possano svolgersi.
Una malalingua arriva nel suo descriverti fino a te, nel sottolineare la ferita e il giudizio che vorresti negare o trovarne alibi, eppure può esprimere ciò che in quel momento la natura umana ha espresso e ha consentito. Quel qualcosa che ogni volta che mi rialzo prova a buttarmi giu, non ha mai vinto una partita, tantomeno un set, o un premio prevaricante, pregiudiziale o determinante. Quelle scenografie da me create credo vengano da fuori, come la mia ricerca di spiegazioni o intuizioni, proprio perché so quanto il tunnel che va dal cuore a dio sia la mia lunghissima scorciatoia, che probabilmente ho avuto in dono nel conoscere, sia per difficoltà che per unione, e di quanto sia lastricato nel suo percorso di tutte quelle parti di me, vecchie, recenti, nuove, ammalate, e aggrappate lì, urlano le motivazioni per cui la mia evoluzione sia stata così meravigliosamente difficile. Voci di me, e delle parti di me che hanno avuto riconoscenza e gratitudine, ma che oggi riconosco non più coerenti e affini.

Agitare e mescolare, riconoscere nel mix che ogni parte di me è diffusa e presente in ogni dove, anche nel gatto nero che io vedo e lui no, e che inficia nella mia serenità, quella chimera per cui uno stato “stabile” viene ignorato e sovrastato dalla noia, così come questo frenetico presente non mi lascia un attimo di tregua. Eppure cosa è la tregua, se non una pausa? E ogni volta che muoio e rinasco, come ogni notte ed ogni mattina, non avviene la stessa cosa? Perché non apprezzo correttamente quella specifica pausa? Perché scado nella rabbia, quando, e come, e con che frequenza di dimenticanza di me?

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