Come va? Nel complesso tutto bene direi. Un esordio migliore non si poteva. Un ultimo grande baluardo è caduto, la penultima ruotina di sostegno di quella bicicletta infantile mi è stata smontata a mia insaputa e prima del mio sentirmi pronto. Un nuovo lutto ha segnato la divisione che non verrà suddivisa, e mostrato una via che non contempla più il tenere insieme delle persone che probabilmente devono andare ognuna per la sua strada. In tutto questo, sconforto, dolore, perdita e mancanza mi stanno nuovamente ripresentando il conto di tutto l’irrisolto, mostrandomi con sorpresa la non evoluzione su quelle tematiche così pesanti e difficili per me.
La scintilla divina è la lettura di ciò che ci accade in relazione al simbolismo e al significato che vi è dietro. La radice del significato è sicuramente la cosa più particolare e difficile da decodificare. A livello simbolico ciò che si manifesta o si presenta è sempre un aggancio all’irrisolto o al ricorrente, al ricorsivo, fintanto che la situazione non si affina, o non si scioglie per passare ad altro, o all’oltre, quello per cui scopri una nuova difficoltà o una nuova prova. E spesso questo nuovo è anche peggiore ma il vestito del “nuovo” lo rende affascinante anche per la sintattica della novità, o del percorso o passaggio in avanti. Ci sono forme musicali che enfatizzano ciò che studio, ciò che ho vissuto e ricordo, nella maniera per cui rilevo ciò che ho vissuto o attraversato in forme di poesia. Quella poesia che si prende gioco del vissuto nel suo romanzare e acconciare il visibile nelle forme più incomprensibili a volte, o in forme più elevate altre, ma comunque raggiungibili solo con una conoscenza approfondita del contesto umano, del contesto emotivo, della più profonda sensibilità umana. E sono cose spesso non condivisibili. E forse questo è il bello. Il bello reale.
Nel passaggio dal mentale all’emotivo, la marcia indietro per la decodifica di ciò che accade è consona al percorso che si prospetta. Ciò che, prospettato, si proietta nel clou del background tipico ed atipico di chi proietta. Dall’emotivo allo spirituale, per cui non sarebbe propositivo una decodifica mentale, sta il mistero del messaggio insito nei segni, nelle sincronie o nelle coincidenze, piuttosto che nelle difficoltà.
La radice del mio dolore e delle mie reazioni si manifesta insieme ai miei comportamenti, alle mie attitudini, nel complesso di ciò che mi ha reso così, dalle parti migliori e più pure, nobili o generose, fino alle sezioni di me che vorrei abbandonare ma che mi seguono come l’ombra. E di tutte queste frazioni, identificanti o identificate, sono solito analizzare ciò che è ricorsivo e ciò che è nuovo. Nel primo caso è proprio quella radice da osservare. L’unità del tronco è divisa verso il cielo e verso gli inferi. L’elemento “ostacolo” che divide in due la via, la suddivide verso la luce ma anche verso il radicamento. Mi chiedo quanta radice abbia la mia radice, quanto suddivisa sia verso il basso e verso l’alto. L’opportunità della perdita, e la sua ricorrente ricorrenza, mi deve insegnare necessariamente qualcosa che proprio non ho ancora afferrato bene. Laddove ci sia un karma pesante da risolvere in questa evenienza, a tratti dubito possa essere una scusa d’appoggio che mi distrae dalla sua reale osservazione corrente. Anche perché la coesistenza di entrambe queste argomentazioni può lasciare aperto il campo ad operare oggi nello ieri e nel domani. Posso pescare ieri ciò che rigetterò in mare domani, verosimilmente, nel suo allevare una specie, studiata e poi rimessa nella libertà delle sue acque. Sto osservando una specie che mi rappresenta e mi mancano ancora alcune necessarie considerazioni antropologiche o psiconeuroimmunologiche che mi consentano di conoscermi al punto di poter passare oltre. In fatti quella “specie di me stesso” mi assomiglia ma non mi può rappresentare finche non lo conosco, per poi sceglierlo o lasciarlo andare con il ringraziamento per essersi prestato. Il famoso prestito che coinvolge anche il dono di questa vita, e la capacità di osservare, assimilare, comprendere ed evolvere che ci sono state ulteriormente concesse pur nell’ambito di un fittizio grande allevamento di cui facciamo parte, quello dai confini visibili solo ad una visione più alta. Quei confini che dividono forse l’ultimo tratto alla scelta tra le ultime due vie. Ritornare o meno. Sempre che tutto ciò possa avere fondamento. E’ solo un’ennesima riflessione, che probabilmente nutre l’ego di quel che io solamente “credo”, o spero, di essere venuto a fare.
Queste ricorrenze, tra mancanza, perdita, impotenza, blocco e prigionia, ricorrono e rincorrono alternate ai messaggi che le emozioni mi suggeriscono, e queste stesse emozioni, dal vettore via via contrario in un senso o nell’altro, la luce o le tenebre, si mischiano nel confronto e nel dubbio sulle reali direzioni, come se scoprissi un giorno che quella parola straniera spesso utilizzata in quell’ambito volesse dire tutto il contrario di ciò che avevo sempre inteso o creduto. E relativamente al caso, o al grande viaggio che si fa in questo contesto materiale, una visione più aperta possibile, dovrebbe o potrebbe rivelare spesso questa scoperta.
Come un viaggio a ritroso nel tempo della memoria fisica a disposizione, ripercorro spesso quel tipo di evento e il suo simbolico significato, che a diverse età poteva anche essere visto solo esternamente o per le relative conseguenze, ma che col senno futuro assume una semplice e disarmante simbologia ricorrente. Oggi un lutto, ieri un trasloco, domani un altro, l’altro ieri una perdita o una sconfitta, nel grande puzzle delle sfumature che sembrerebbero davvero parte di quella parte dello stesso mosaico, ma che peccano nel perfetto incastro. E la porzione di questo grande disegno che ha nel completamento dei pezzi una raffigurazione, è chiaramente il contesto della dimensione, e del rapportare quell’immagine stampata (a volte anche nella mente), con ciò che manualmente o a livello esperienziale si sta cercando di compilare, completare, come un compito che se nella sua parte per noi sufficiente ci consenta a lavoro interrotto di fermarci un attimo e riprendere dopo il riposo, dopo una notte, dopo un periodo di pausa, tutte “morti” nell’incastro della sequenza tra il buio e la luce, nell’avvicendamento solare e lunare, del consueto ed evidente funzionamento di ogni specie, dinamica, della vita in sé, quell’eterno ritorno onorato dal concetto di impermanenza che è tanto sacro per coloro che persino all’ombra di un ciliegio possono vivere un’illuminazione.





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