Scopro e ci arrivo praticamente da solo come un coglione che la sabbia è polvere, di conchiglie perlopiù. Eppure quasi lo ignoravo o non lo sapevo più. Le stesse conchiglie che io adoro da quando sono piccolo. Adoro raccoglierle, notando la loro naturale varietà, le loro innumerevoli differenze che le renderanno sempre uniche e diverse. Le stesse che ancora sto raccogliendo in questo momento, destinate ad un’altra, nuova tela. Perfette ed imperfette, grandi e piccole, intere e non. Adoro trovarle, farmi sorprendere, raccoglierle e portarle con me, vederle, toccarle, ammirarle. Mi hanno sempre affascinato al punto di decidere di approfondirne ulteriormente e a breve la conoscenza delle loro famiglie. Si tratta sempre di una cosa che è stata viva. Chiamarlo “animale marino” fa molto film splatter anni 70. Alla conchiglia, in cristalloterapia o nella composizione delle collane mala ho sempre associato poeticamente l’infinito ed il suo contrario, e la ciclicità che il tutto ha nell’esistenza. Alcune hanno simbolismi legati allo spazio-tempo, alla capacità di attrarre al loro interno l’aria, ciò che ci tiene in vita, quel che respiriamo, quella cosa tra le altre che esiste anche se non la vediamo. Quella vita che è già presente tra due persone che si amano ed in alcuni casi viene al mondo incarnandosi. Spesso parlando con le persone tendo a ricordare che nello stretto spazio tra due respiri molto vicini, ci sono innumerevoli forme di energia che non sottostanno al nostro concetto di spazio materiale. Il più delle volte quello spazio è pieno di tutto, forze dalla diversa polarità che cercano di comunicare o influenzare la nostra energia, o semplicemente ci sono e basta. Tra queste ultime, alcune possiamo attrarle involontariamente fino a nutrircene o esserne dipendenti o identificati, spesso alcune di queste energie ce le portiamo dietro nel nostro percorso animi o esistenziale risalente a chissà dove (anziché quando, visto il concetto quantistico delle esistenze e delle vite parallele piuttosto che precedenti o future, vedi i sogni n.d.r.), e sono capaci di fungere da aria che si respira involontariamente inquinata, per noi o per chi ci sta vicino.

Il discorso precedente potrebbe trovare approfondimento nel concetto di materia e antimateria, e nello studio del vuoto come elemento materiale, visto che nello spazio il vuoto esiste ma è attraversato dalla luce e la cosa non è semplice da capire. Il vuoto si fa attraversare dalla luce non assorbendola, ma c’è. Ogni cosa è illuminata, romanzo e film a parte, ma direi che sto allontanandomi troppo dal globo in cui sono qui a fare la mia esperienza. Anche se non smetterò di tentare il decollo, visto che nell’universo ci sono più stelle che granelli di sabbia in tutte le spiaggie di questo pianeta. E non è un caso se sono nato in una città in cui ho avuto sempre e facilmente l’opportunità di sentire scorrere i granelli di sabbia tra le dita. Non è nemmeno un caso che il mio nome sia associato al simbolismo di Santiago, San Yago, San Giacomo. Quel Giacomo che nella bibbia nascosta ai più, era il fratello di Cristo. Non è un caso che mi sia stato dato questo nome, unito alla protezione della Vergine, che spesso non so nemmeno se merito. Ma qui ricado nel depotenziamento. Anzi, oggi è così, punto e basta, da quel punto di vista il mio piatto è stato sempre pieno e non ho avuto il pensiero di procurarmi quel tipo di sostentamento. Quella conchiglia simbolica delle omonime mete di pellegrinaggio, rispetto a varie famiglie di conchiglie simili ha nella simmetria uno dei suoi tratti distintivi. Tanto di qua quanto di là. Elemento di profonda introspezione attuale per me. Quel simbolo associato all’altra parte di me, quella per cui si è generata quell’energia che era, è, e sarà presente in eterno. Quell’energia ha svolto il compito di ricordarmi ed insegnarmi della sua esistenza. Risvegliarmi di quella consapevolezza. Di, e non da. In questa esistenza, così come la ri-scoperta della natura della sabbia, riscopro ciò che sapevo di sapere ma che dovevo ancora ricordare. Settimo cielo di Bersani recita:

La prima volta che ci incontreremo ancora
Non avrò la colpa di lasciarti andare via da sola
E ora fra le pagine c’è un nuovo segnalibro
Un cerchio nero sopra al calendario del destino
Del destino

La prima volta che ci rivedremo allora
Ti farò capire quanto so aspettare una persona
Non è da me tenere sulle spalle un paracadute
Quando sto al settimo cielo con ali nuove

E sai che cosa direi?
Che io senza di te ho l’aria di un fiammifero nel vento
E tu che cosa dirai?
Nel nostro caso non c’è risposta più chiassosa del silenzio

La prima volta che ci incontreremo dove
Noi ci siamo scelti in mezzo a tutti gli altri, con precisione
Si riuscirà a riprendere la scena lì dal punto esatto
Per finalmente fare come avremo fatto
Avremo fatto

La prima volta che ci perderemo insieme
Sarà buio pesto e avrai la mia mano che ti tiene
Non voglio neanche più sentir parlare di paracadute
Quando sto al settimo cielo con ali nuove

E sai che cosa direi?
E io senza di te mi chiudo in una bolla di cemento
E tu che cosa dirai?
In questo caso non c’è risposta più paurosa del silenzio

La prima volta che ci incontreremo ancora
Non avrò la colpa di lasciarti andare via da sola
Non voglio neanche più sentir parlare di paracadute
Quando sto al settimo cielo con ali nuove

Il “la” di questa canzone vale per le persone, l’amore, l’energia, senza considerare ogni elemento o riferimento materiale.
Anche perché vi è un eterno ciclo. Qualcosa o qualcuno, nella sua complessità arriva a noi per più motivi. Solo alcuni dei quali sono sentimentali. Siamo uno e trino, siamo duali sì, ma di tante dualità da ricongiungere. Alcune equivalgono a scelte che cambiano il corso degli eventi, il corso di quel fiume che si ricongiungerà molto, molto più avanti. Quell’ostacolo divide quel corso in maniera importante, dopo averci provato “per” noi già più e più volte. Mancherà sempre quella parte, farà sempre più male quell’altra, un’altra sarà cresciuta e migliorata, un’altra ancora sarà diventata veleno, incompatibile, nell’inesorabile ciclo di crescita.
Già, nella rinascita torneremo ancora, perché tutto è un ciclo.
Come per chi ama il tepore estivo e nemmeno si rende conto della sensazione di freddo invernale in quel momento, considerandolo eterno, tantomeno può in quel momento sapere quanto ne sentirà la mancanza, lasciandosi attraversare dal freddo come una normalità, fino a non concepirlo quasi nemmeno più finché ciclicamente ritornerà, quasi sorprendente. In questo preciso istante sono cosciente che questo tepore estivo stia per terminare e sono invaso da una profonda malinconia, mi sto già proiettando fuori dallo stato di presenza, pensando o calcolando che tutto finisce, ma non considerando che tanto di qua quanto di là, tutto torna. Si vive per cicli, infiniti, che non siamo noi a decidere. Ma solo portati a seguire. Anche questo è un dono, difficile da concepire nel concetto materiale e spaziale che ci hanno istruito, ma che qualcosa prima o poi ci ricorderà che sappiamo bene.

Continua… questo è sicuro.

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