Sin da quando ero estremamente piccolo, ho il ricordo di una mia descrizione, ricevuta quasi a cagione di una situazione. Spesso la sintassi descrittiva per l’argomento nei miei confronti conteneva la frase “nato in casa”. E sebbene la mia nascita non fosse stata un evento di parto tra le lenzuola del proprio letto, questa accezione resta una delle motivazioni principali per cui ho sempre chiamato i miei nonni con gli appellativi “mamma” e “babbo”. L’essere un figlio non propriamente desiderato e programmato, figlio di una figlia, ragazza madre di sedici anni, in casa con i genitori, ha influito a questa definizione. Nel 2020 mia nonna è passata oltre, e due giorni fa anche mio nonno, in maniera improvvisa e fuori da ogni previsione. Al di là di tutto ciò per cui non ha senso scrivere, non ho più nessuno che posso chiamare con l’appellativo genitoriale. Mia mamma, come i miei zii, tutti vivi, ho imparato a chiamarli con gli appellativi che il ba’ e la ma’ davano loro, e tutt’ora mi ci rivolgo comunemente come un fratello, pur conoscendo bene chi è chiunque di loro per il proprio ruolo. Da quel punto di vista nonostante tutto ho avuto la fortuna di cercare e trovare tante figure materne e paterne, così come il gemello o la figura fraterna maggiore che non ho mai avuto. Una ricerca inconscia continua e frequente, che mi sorprende ancora oggi nella sua scoperta, sempre vista a posteriori.

Mio nonno, che negli ultimi cinque anni della mia vita era il mio coinquilino, è partito per il suo grande viaggio. E sono felice per lui, per averlo intrapreso il giorno stesso che come ogni altro era stato completamente autosufficiente in tutto e per tutto. Mi spiace per il virtuosismo della fisarmonica, portato avanti sin dalla sua giovane età, sospeso nel 2020/21, per le assurde restrizioni del “coso19”. Lui ha sempre suonato quello strumento, e fino a quel biennio non aveva mai smesso, per passione e per amore. Lo vedevi alle 18 piantarti in asso, di punto in bianco, per andare a sagre o centri sociali, anche gratuitamente, caricando la fisa, amplificatore, tastiera e quant’altro utile alla musica in macchina, e rientrava a chissà che ora, anche alla soglia dei novant’anni… Purtroppo lo stop di due anni a feste e ritrovi ha fatto riacutizzare una calcificazione ad un braccio, per un incidente giovanile, che non gli ha più permesso il movimento con il braccio sinistro del mantice della fisarmonica. Inizialmente questa cosa l’aveva reso discretamente nervoso, al punto che delle sette diverse che aveva, era rimasto con due soltanto. Poi la cucina, la casa, il lavoro del figlio e la voglia di collaborare in qualcosa lo hanno tenuto vigile, attento, abitudinario e meticoloso, a dei ritmi particolari. E tutto questo immediatamente dopo la morte della moglie. Ci sarebbero infiniti aneddoti di estrema simpatia negli anni recenti, che in età più giovane mostrava poco o niente, molto taciturno quale era. Seguiva una dieta particolare, secondo lui un dottore gli aveva proibito di bere acqua, raccomandandosi di bere vino bianco nell’antimeridiano, vino “nero” nel post, e un paio di birre per le seti improvvise dei risvegli notturni. Quella sete mi avrebbe portato al ricovero, per il quantitativo di pepe e sale che aggiungeva al brodo bisettimanale, questi alternati a ragù scuri e saporiti come le notti arabe. La necessità di aggiungere il maiale al brodo, come se altrimenti non avesse la stessa capacità nutritiva, era un argomento incontestabile. La spremuta d’arancia del mattino, serviva come bevanda per mandare giu “la pastina”, peccato che la preparava la sera prima verso le 19, e per dodici ore quel bicchiere scoperto rimaneva in frigo, così come l’ultimo bicchiere di vino rimasto alla cena fino al pasto seguente. I suoi anticorpi erano in perfetto accordo con il suo stile di vita, e non aveva bisogno di integratori per stimolarli, mai quanto l’ossido delle insalate di cetrioli conditi e refrigerate, così come i salumi e formaggi sempre pronti e già affettati, a volte con un sottile strato di stagnola o di pellicola trasparente, mai aderente e con un generoso “lato aperto per ispezione postale”.
Altre disavventure o azioni più o meno leggermente distratte portavano a scene o epiloghi sempre abbastanza divertenti, e poi soprattutto una sopravvenuta leggerissima senilità lo aveva reso delicato, gentile e tenero. Come tutti quelli che sono capaci di far ridere il prossimo, aveva anche quei momenti di stronzaggine, direttamente proporzionale alla lunga vita e alle innumerevoli esperienze attraversate. 

Ieri al funerale il sacerdote ha attestato che il “viale Giovanni Pascoli” non sarà più lo stesso, perderà qualcuno, la cui frase tipica era “non si può morire giovani”. Un altro sacerdote ha sentenziato qualcosa di molto potente ed incisivo subito dopo la benedizione del corpo da poco spirato. Mio nipote Rocco di 11 anni, senza volere ha assistito alla scena della dipartita, avvenuta quasi a sorpresa a margine di un’intera giornata al pronto soccorso iniziata per un apparentemente semplice mal di pancia che si è concluso con una perforazione intestinale irreversibile. Il sacerdote richiamando l’attenzione del bambino, gli ha chiesto il suo nome, e con una pace e calma limpida come la bellissima croce di legno ondulata che indossava ha detto, “caro Rocco, tu non ti dimenticherai mai di questa notte”. Nessuno si dimenticherà mai di quella notte, di tutti i partecipanti a quello spettacolo, chi per un motivo e chi per l’altro. Come per altre dipartite o sofferenze, lutti o tragedie, ho questa capacità che riempie il mio dubbio di superficialità, per cui sono capace di affrontare quelle situazioni di fronte a persone che crollano o piangono, con la ragion veduta di chi sa che almeno uno tra gli ubriachi deve per forza guidare per tornare a casa, o fosse anche prendere la decisione di prendere un taxi. Ieri entrando in chiesa, ho sentito un’energia molto forte e alta, che unita alle note di quella musica al pianoforte mi ha subito toccato. E allo stesso modo, ma con un’irruzione molto più profonda, vedere piangere il primogenito di mia cugina, di forse 11 o 12 anni, dopo aver letto il bigliettino preparato per l’ultimo infantile saluto al nonno insieme ai suoi fratellini e cuginetti, mi ha dato il colpo finale che mi ha fatto crollare. Probabilmente l’innocenza colpisce di più della colpevolezza. E la consapevolezza a volte rende di più dei bitcoin.
Severino è stato meno “severo” dei quel che era, con chiunque ed anche con me negli ultimi 10 anni, rispetto a ciò che ricordo della sua serietà e del suo essere così silenzioso e taciturno. Mia nonna lo affrontava per gelosia recondita o per la sua vena poco combattiva, alias coglionaggine, e alzava la voce, anche con il pugno duro, sempre a tavola, davanti a tutti, me compreso, e lui non si muoveva di un filo, non le ha mai risposto, non diceva assolutamente nulla e nemmeno si scomponeva, al punto che probabilmente la cosa infastidiva ancora di più mia nonna. Eppure lui beneficiava della sua protezione e del suo rispetto, al punto di vergognarsi delle piccole cose che non voleva che lui notasse, e anche se viveva quella sorta di inferiorità verso la cucina di sua madre rispetto alla sua, o la bellezza della Carrà in televisione, faceva tutto da sola. Mi ricordo quei viaggi da o per la casa in campagna insieme a lui, dove mi spiegava i tempi dopo il morso della vipera, o la qualità della carne del riccio, che poteva attraversare la strada, e come andasse investito per non deteriorare la carne e non bucare le gomme. La cosa era un misto di assurda ilarità e curiosa paternità in un viaggio in strade di campagna a volte a velocità superiori ai 150 km orari, con quelle mitiche alfa romeo, quelle vere automobili, il cui ricordo segna la verità analogica di un pedale dell’acceleratore che cantava nella maniera più vicina ad una Ferrari.

In un’altro articolo ho scritto della sua infanzia a Gemmano, e dei suoi compiti di bambino in piena guerra, Cose che sicuramente lo hanno segnato nel suo essere così come è stato per i suoi primi 65 anni. Ci sono state tante cose che vedevo fare a lui, oltre alla guida dell’alfa, che avrei voluto fare anche io. Non è stato lo stesso per la caccia o il tiro al piattello, nemmeno per quanto riguarda il mestiere della riparazione automobilistica, per cui del funzionamento del motore delle auto  non ho mai capito granché. Però la moto, la bellezza delle auto, la guida, quella capacità e quel dominio sulla responsabilità di accendere il fuoco, quest’ultimo infatti mi è rimasto, con l’amore per le fiamme e la fumigazione che ancora oggi approfondisco studiando ed esercitando. Allo stesso modo mi piace riordinare e cucinare come vedevo fare a lui, e non come vedevo fare alle donne in famiglia, e lavare le auto a mano come osservavo da bambino in officina da lui, sebbene non mi venisse permesso di farlo. Lui mi ha insegnato il silenzio, e senza rendermene conto anche l’ironia che solo dopo tanti anni ha tirato fuori. Probabilmente quel compito materiale, affettivo, paterno e da nonno si era esaurito e ancora una volta imparo improvvisamente che quella compagnia o quell’osservazione diretta doveva terminare a favore di quella indiretta. E tralasciare anche quell’egoismo parentale e posssessivo nei suoi confronti, ora che lui è “di tutti”, per tutti, con tutti, e dovunque.
Ora vai Babbo, parti sereno per il tuo grande viaggio, sei stato insuperabile ed unico, umile e generoso, senza mai farlo vedere ne notare, esattamente come una prosa ermetica, mi ha protetto e regalato finche ho potuto farlo minimamente anche io, mai altrettanto, ma comunque grato e fortunato per averlo ricevuto, imparato e incoscientemente provato a farlo. Un karma di chi è capace di dare e dimenticare, la generosità pura e senza malizia.

Queste poche righe non valgono l’esempio, la figura e la saggezza dei miei 50 anni con lui, e dei suoi 92, e inutilmente non saprò approfondire a parole tutto ciò che nel ricordo porterò con me, senza che le righe appaiano tra le dita della mente e della tastiera, mai esaurienti, ma piene di gratitudine.

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