Martedì appena trascorso un’altra esperienza straordinaria. Inaspettata. Sudata, faticata. Come altre volte, una poca propensione a fare “quella fatica”, a volte caricata da inerzia e paura, ha restituito dei frutti sorprendenti. Un percorso nella provincia forlivese per un incontro con persone speciali. Dal primo all’ultimo. Persone che condividono il mio stesso problema, le mie stesse preoccupazioni, le mie stesse responsabilità, con l’aggiunta di un dolore genitoriale che posso non conoscere. Altre persone che hanno scelto di occuparsi di chi possiede una fragilità per altri incomprensibile, il cui schema respinge il proprio, fintanto che arresi, si scorge il sereno oltre le nubi. Scelte di vita differenti ed esplicative di dove sia l’amore vero, quello veramente incondizionato. I ruoli di responsabilità, ricoperti di quella neutralità apparentemente indifferente che regna imparziale e severa.
Il ruolo delle fondamenta nella ristrutturazione di una personalità, e le capacità comunitarie di alleggerire le colpe genitoriali, innegabili errori propedeutici allo scontare di un’anima in una vita che spezza il cuore di chi ha intorno. Ed il relativo quanto inevitabile dòmino di ripercussioni che audacemente colpiscono ogni pezzo conseguente e adiacente.
La scoperta di una caratteristica legata alla medesima motivazione per cui si è nello stesso luogo. E il mal comune diventa gaudio sentire, per l’amore che qualcuno può relegare ai surrogati di quel figlio che non comprenderai mai di poter perdere da un momento all’altro, per l’incurante inesperienza che ha portato educativamente a ritrovarsi in quella situazione. E le colpe esterne hanno la valenza biunivoca del nulla, e prima lo si vede prima si guarisce. E se guarisci cambi il tuo mondo e tutto ciò che hai creato nel suo contorno. Qualcuno che si fa 50 chilometri solo per partecipare alla propria causa, persa, non necessariamente ritrovata, ma per condividere quel dolore che spinge verso l’azione costruttiva di un nuovo sé. Qualcuno che si prende del “pagliaccio” dal proprio figlio, soccombere dal dolore e mostrare buon viso e umore, per nascondere il buco che sanguina, e che inevitabilmente infetterà la vita intera, per la considerazione di quanto si sia sbagliato. La considerazione di non avere visto l’anima ma solo l’apparenza, di non aver superato il proprio schema, generazionale, che non poteva essere applicato su quella persona, fragile, così fragile, che il senso di colpa ferisce così profondamente sulla colpevolezza di non essersene prontamente accorti. Quel senso di colpa che marcisce più della preoccupazione, più dell’incertezza sulla tua proiezione futura, e che a poco serve finché non lo condividi con coloro che per assonanza possono capire e recepire.
Questa debolezza tipica umana mi ha colpito nella sua accezione di cuore. Quel tempo neutro figlio della vergogna per essere stati così convinti e così riassestati poi. Quell’idea così consolidata e così schematica che veduta crollare porta ad un visione più libera. Quell’idea e quel conservatorismo che esplode nella visione di qualcosa che dopo l’imbarazzo e l’inevitabile senso di inferiorità, ti colpisce nel segno, affonda tutta la flotta, e porta nel mare libero ed aperto tutto ciò che non ci sarebbe materialmente stato prima.
Quella di martedì è stata un’occasione eccezionale. In dieci minuti di condivisione di persone “simili” a me per congiura ed accadimenti, mi sono sentito un cretino ed uno stupido per ciò a cui mi ero aggrappato come scopo, come fine, come completamento di un percorso che identificavo come astratto e non compreso. In realtà quelle fondamenta rimarranno quelle, aldilà di qualsiasi tipo di ristrutturazione, e la comprensione di questo concetto mi aiuta a capire quale tipo di scopo e quale tipo di futuro attenda quelle persone. Un dolore nel dolore, per un’esilio evitabile, per l’incomprensione tra genitori e figli, nella discordia di un malinteso legato alla propria prerogativa a propria volta legato al proprio schema, diverso da quello altrui, diverso dalle differenti motivazioni che hanno portato a quella sostanza, a quel ripiego, a quella dinamica così capace di alzare il livello di dopamina, evento così irripetibile, sbagliato nel modo e nella fruizione, ma osservabile nella simmetria dello specchio umano, delle irreali assonanze, delle lontane congiunzioni e delle sue differenze. Inevitabili. Così come le umane differenze, lo scarto generazionale compete nelle sue propositive ed erronee valutazioni, quelle per cui ci si casca, in pieno, nel tranello della vita e delle sue difficoltà, estremamente differenti da cuore a cuore. Già, perché quell’occhio di riguardo di cui si parlava poco sopra, è tremendamente affine, e curiosamente incline a riflettere ciò che cercavo inutilmente di esprimere. Non riesco a scrivere esattamente dell’emozione di quando riconosci che la tesi che hai portato avanti con tanta forza e convinzione fino ad un attimo fa è crollata, sotto le tue stesse mani, dentro alla tua convinzione, ed in quel momento stai ricostruendo dalle fondamenta di ciò che sotto le basi della tua redenzione comprendi, stabile e dubbioso, che ancora potresti sbagliarti, e la voglia di batterti diminuisce, così come l’orgoglio ed il suo pericoloso veleno.












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