Uccidete il demone della discordia. Quello che sussurra la chiusura del cuore. Asmodeo è il suo nome secondo la gerarchia demoniaca di Satana, ed è considerato il demonio della distruzione degli sposi, affabile consigliere della cupidigia, della rabbia e della discordia. Concordia e Discordia, due poli binari dell’apertura del cuore, disarmonia e armonia della fede, dell’affidamento che qualunque cosa è per noi ed è lì per uno specifico complesso evolutivo. Nelle relazioni di ogni tipo, lo specchio è più o meno piatto, e probabilmente in maniera proporzionale alla vicinanza affettiva può diventare tridimensionale e reale, anziché esclusivamente osservabile, diventa tangibile e quando ci “tange”, segna, colpisce, affonda. Oltre al paradigma per cui otteniamo ciò che siamo in quel momento, il mondo esterno è come noi siamo dentro ma ciò che siamo dentro dipende dalla differenza interpretativa tra due concetti, l’inarrivabile e sacro “Io Sono”, osservato a grandissima distanza dalle nostre varie “tendenze ad essere”. Queste tendenze, scambiate per carattere o tratti distintivi sono perlopiù schemi e meccanismi utili in vari momenti o per cavarcela in situazioni dove noi non abbiamo ne modo ne necessità di mostrarci senza maschera e senza difese. E’ estremamente difficile in diversi ambiti professionali, educativi, o difensivi in genere mostrarsi senza veli cognitivi e sociali, a meno di incontrare non pochi problemi, legati all’inesperienza e ad una frettolosa capacità di veicolare qualcosa di vero in maniera acerba e poco convinta, o ancor meglio, non compresa e veicolata con impeto di vero cuore. In questo caso anche mandare a quel paese qualcuno risulta “coerente”, ma solo se l’impeto è realmente il sovraesposto.
Per quello che riguarda l’amore, nel passaggio dall’Eros al Philos, nel cammino verso le varianti di Agapé, diversi “demoni dei contrattempi”, come i vari specchi, l’emotività e gli schemi, sono tutti uniti nel combattere ogni comparsa di amore puro, disinteressato, affidamento, e compassione. Tutti però guidati da concezioni non unitarie, non originali, cioè prive di una reale origine, di originale, vera, unitaria.
Il cane che è stato colpito da un bastone in passato, anche remoto, scapperà davanti ad ogni scopa, o al suono di un legno che sbatte. A volte anche dopo anni lontano da quella dinamica ed in presenza di una famiglia più sicura, tenderà sempre a difendersi. Ci sono poi difese e difese. C’è chi scappa e chi morde, anche in ambito umano. Sempre per difendersi da qualcosa che “potrebbe” riverificarsi, anche solo a livello ipotetico. E’ un qualcosa che agisce a livello inconscio, e nessuna frase può scardinare la credenza per cui poi ci si costruisca un alibi perfetto, la motivazione per cui è giusto farlo, per cui sia giusto mordere una scopa o la mano che la tiene, anche nel momento in cui però nessuno sta brandendo contro. Eppure per sciogliere quel ricordo ci vuole un profondo esercizio, di messa in discussione. Quante volte ci difendiamo da qualcosa che noi stessi inconsciamente possiamo fare, specularmente, ignorandolo, concentrati sul buonismo che muove altre azioni considerate il contrappasso del nostro senso di colpa?
E tutti quegli schemi, quelle ferite, quelle emozioni, che ci portano nella discordia, che origine hanno? Si è disposti a fare un viaggio nel tempo per cogliere il primo evento scatenante? Sempre considerando che possa essere risolutivo, cosa non scontata. Anzi. Spesso anche riuscire a vedere lo specchio di ciò che si patisce è un lavoro molto difficile. Ma quando lo si riesce a vedere, ogni tipo di lamentela svanisce, per la comprensione di profonda imperfezione, per la comprensione che vi è una parità di incoscienza, non esiste ne dolo ne colpa in alcune situazioni, e che esternamente abbiamo in omaggio ciò che ci serve per perfezionare ciò che abbiamo dentro, per crescere, per capire, per evolvere.

Ogni volta che si risana una ferita è una guarigione. Anche se la ferita, guarita si reinfetta, non è detto che la dinamica esplichi una cattiva guarigione. Piuttosto l’occasione per andare un’altra volta a risanare più in profondità. Probabilmente alcune ferite non hanno origine in un canale attualmente “raggiungibile”, e quindi l’opportunità di guarigione completa non è il reale fine. Non in quello specifico momento perlomeno. E con quella consapevolezza spostare l’attenzione ad un’altro tipo di guarigione, quella appunto di maggiore consapevolezza sulla presenza, sul momento presente. Vedere arrivare, riconoscere, il momento in cui staremmo nuovamente per scappare o per mordere, Ri-conoscersi imperfetti e influenzabili, prendere coscienza di ogni tipo di meccanismo al di fuori di quell’”Io Sono”, come primo passa verso la guarigione della ferita che ci induce in quel comportamento. Per scoprire che la cura che utilizzavamo precedentemente per curare quell’infezione non era l’unica, e dentro di noi siamo capaci di coltivare il rimedio migliore, quello che non avremmo probabilmente potuto immaginare. Prendere coscienza che siamo capaci di ammalarci, portatori sani del nostro malanno, ma anche della cura.

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