Anche oggi (mercoledì) mi sono reso conto quelle duecentomila volte in cui non ero in presenza. E tutte queste volte sono tutte postume. Rivedi la scena già ormai trasmessa, come se ti fossi perso la diretta per una differita. E lì alcune cose ti appaiono chiare, altre meno, altre scorrono senza risposta. Quando troppe di queste ultime scene si ripetono, qualcosa non va nella propria capacità di interpretazione o attinenza alla ricerca di una propria serenità, neutrale. Per la precisione, vorrei riuscire mettere insieme dinamiche “simili” di occasioni in cui il pilota automatica lavora per me. Dividere l’insieme grande in tanti piccoli insiemi. In insiemi che a gruppi sono simili, per dinamica o caratteristica. A quel punto mi sarebbe spero più facile individuare i momenti più ampi, ricorrenti, o più soggetti all’errore che poi mi costano tanto. Una tecnica utile per imparare a ricordare, ricordarsi di ricordare, disciplinatamente, di me stesso, la mia forma spirituale, energetica, mentale, emotiva, fisica e di cosa sto facendo. Cosa sto facendo di preciso. Dove sono. Come effettivamente mi sento.

(Venerdì) Cinque o dieci minuti dopo avere scritto il paragrafo sovrastante comincio a sentirmi male. Inizialmente è stranamente un po’ troppo caldo e sento la testa sudata. Poi mi appare abbastanza chiaro il desiderio di uscire dal ristorante in cui mi trovavo per prendere aria. Sebbene sia freddo. Quattro gocce di Emerald sulla lingua ed un bel respiro in maniera automatica. Metto il piumino senza sciarpa ne berretta, nonostante scoppio di caldo, innaturale. Di fronte a me la porta, ed alzandomi per i due passi che servono per raggiungerla sento le gambe in un modo mai provato. Divise. Strane, deboli, ma riesco a camminare. Una volta uscito ricordo solo di essere andato verso sinistra, in cerca di un punto con almeno una parete dietro di me a protezione. Poi avviene un buio, in cui sono come svenuto, o forse mi sono sconnesso, pur rimanendo in piedi, almeno la percezione era quella. Poi avviene la danza, per cui mi rendo conto di essere proprio io il ballerino in questione, quando nel ricordo recondito del buio dell’aldilà, ma anche nel mio fortunato e repentino risveglio, mi rendo conto che stavo ondeggiando, quasi danzando, anziché cadere. La cosa curiosa è stata proprio questo “svegliarmi” in una strana danza a spirale. A quel punto ritorno in me, capendo cosa sia successo, e mi prendo tutto il tempo per spegnere la mente, respirare, rientrare in me. Sono solo e solo me la devo cavare, come del resto se fossi stato in compagnia. Sono morto per un istante, come in Constantine, vedere per un attimo infinito quel buio di passaggio per gli altri mondi, in cui il tempo è relativo, ed è un’occasione per capire la relatività. Una grandissima occasione. Poi ci stanno le ricerche sul perché. Certamente vi è un perché fisico, materiale, ma anche emotivo, energetico e sensibile, e spirituale. Fisicamente lo sbalzo pressorio fa sempre strani scherzi, specie se indotto dalla stupefacenza e/o dal colpo di freddo, per cui il sangue è richiamato nello stomaco e l’adrenalina pompa calore oltremisura. Di sicuro io non ho mai mollato questo corpo e nemmeno ci provo ora. Di sicuro quelle unghie che mi hanno sempre tenuto aggrappato alla materia stavolta mi hanno aiutato, a risparmiarmi botte in testa o spigoli pericolosi. L’approfondimento che stavo scrivendo poco prima non può essere stato ininfluente al mio abbassamento di livello, unito al lavoro appena consegnato sulla mia resa di fronte all’esercizio di verità, un’autentica ammissione di colpa, un occhio di bue puntato solo su di me, a smascherare il mio delitto che finora ero riuscito a scampare. E soprattutto quest’ultimo lavoro può avere influito, abbassandomi al punto in cui riesco a vivere da condannato, da me stesso e dalla mia coscienza, da omicida a piede libero, con un senso di colpa che rappresenta una zavorra che nascondevo, e che ora sto aprendo prima di svuotare. E il suo interno è orribile, come il crimine di cui credo di essere colpevole. Il crimine che ho commesso nei confronti della persona più importante della mia vita. Il sottoscritto, scampato alle pene del contrappasso, quelle per cui nel codice fenicio di Hamurrabi pagavi con occhio per occhio e dente per dente, oggi più consono nel buddista “ciò che fai avrai, ciò che sei hai”. I miei infantili e giovanili meccanismi di “autoassoluzione” si sono prima affiancati e poi sostituiti da riflessioni di autocondanna che pesano come un macigno per la redenzione che non può essere comprata rigando diritto e donando amore, sperando sotto sotto che possa pareggiare qualcosa che ormai ha già segnato il passato.
Energeticamente il segno ricalca la matita che ha disegnato questa storia, per un’ulteriore possibilità, un nuovo segno che indichi come qualcuno mi abbia sollevato, abbia cercato di trasformare una mia caduta in una danza, qualcuno che ancora crede in me, e che non vorrei deludere.

Nel mentre mancano due settimane alla prossima partenza fieristica per quattro tournée consecutive in sette settimane, tra Brescia, Rimini, Torino, Pisa, per nuove, faticose, stremanti, istruttive ed entusiasmanti avventure, mentre proprio ora, improvvisamente, la mia bambina, il mio amore, Ester mi sta facendo vedere quanto sia flebile e incerta la vita. E la cosa mi distrugge, quell’anima che ha scelto di seguirmi, continua a fare del suo meglio per seguirmi, per seguirci, ma una brutta patologia la sta debilitando, rischiando di lasciarmi, e non sono per nulla pronto. Curiosa la vita e curioso io, ogni volta che uno specchio della fede mi ha lasciato ho vissuto un trauma più grande di quello che mi ha lasciato un umano vicino che se ne è andato. Sarà per il fatto che sono sicuro, non convinto, sicuro, che la mia anima parallelamente è presente e rinata in Ester, e lei, io, sono e siamo, lì, a guardarmi con quegli occhi, che so benissimo cosa vogliono dirmi…

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