Ieri ho visto la morte in faccia. Anzi in foto. Proprio così, ho visto perfettamente quell’immagine immobile e ferma dell’istante eterno in cui l’ultimo ricordo rimarrà impresso, prima di carambolare, o di perdere i sensi. O chissà peggio. Quei sensi sollevati dal meccanismo biologico e neurologico per il quale il ricordo più traumatico viene omesso per via dello shock. Quell’auto che attraversa a tutta velocità senza rispettare lo stop, incurante del mio passaggio innocente, quella mia frenata che, sebbene inutile si rivela salvifica per meno di un centimetro. E poi quella sensazione di strano sollievo, che ha preso sorprendentemente il posto di quel tremore, che spesso mi attraversava, dopo un evento così scioccante. Quella fiancata la sento e la immagino ancora contro la mia ruota davanti, eppure non è andata così, e non basta una candela bianca di ringraziamento, sia per il messaggio sincronico, legato al dove stavo andando, in che condizione, e con chi, sia per l’aiuto che tutt’ora non ho capito se meritavo e perché. Oltre al simbolo di quell’avviso, come un ultimatum. Già un paio di giorni prima ne avevo avuto avvisaglia con un sogno, in cui la gomma, credo posteriore sinistra del furgone, già realmente bucata e riparata un paio di volte, aveva credo due viti infilate, e nello “svitarle” a mano, lei proponeva e mostrava un curioso e rumoroso sfiato a sgonfiarla. Sapevo che non era un bellissimo segno… Poi ieri, nel giorno dei tagliandi e delle revisioni, ho voluto estrarre la moto da un riposo di circa 10 mesi, solo 500 km negli ultimi due anni dal precedente collaudo, sapevo che la batteria un po’ accennava e che le gomme secche non mi avrebbero consentito di guidare con tranquillità, e proprio a margine di quel pensiero mi attraversano questi due ragazzini distratti e un po’ coglioni. E pensare che avevo anche comprato il casco nuovo. Poi un periodo questo, ricco di eventi particolarmente densi, alternati a gioie e sorprese, ma comunque conditi da un’energia pesante, difficile e viscida. E in tutto questo cerco di capire quale tipo di stop mi sia arrivato, quale tipo di avvertimento mi sia stato mostrato. Eppure non sarebbe difficile, da diversi punti di vista. Ho già sperimentato nei giorni scorsi come desiderare e temere possano esaudire le dinamiche oggetto di questi due vettori non pulitissimi. Mancanza di affidamento, ma apprensione e desiderio, hanno sporcato il fluire del destino coerente a favore del demoniaco e del farcito di depotenziamenti. E poi, morti annunciate, malattie, confronti tra il ciò che si ha e quello che si vorrebbe, quest’ultimo capace di chiudere la visione presente, a favore di un passato, marcio ma remoto e di un futuro costruito sul dubbio attuale. Errore pieno. Errore fatale, che prima o poi presenta il conto della punizione o dell’avvertimento. La morte annunciata, quella sedia di lillà che ospita prima o poi chiunque, sposa il senso dell’impotenza per una vita che non contempla il terzo incomodo della trinità. Quella tanto ambita quanto incompresa. Corpo mente e spirito, padre figlio e spirito. Il terzo incomodo è la spiegazione, quella per cui Anima dialoga con noi in un linguaggio da stetoscopio, o in antico sumero o aramaico. E la nostra ignoranza linguistica e grammaticale non può essere la scusa. Per quel che mi riguarda, esattamente come per gli altri, lo scopo della mia vita è evidente nello specchio degli altri, ma la delicatezza della lettura personale crea una sorta di rimando, che ha sempre un termine. E chi può dire che la mia fortuna sia finita, o che le mie opportunità possano avere un numero finito, esattamente come il numero dei cicli, ormonali o fatali, che corrisponde ad un certo numero di uova. Sempre che ciò sia vero. E su queste verità sono parecchio dubbioso, San Tommaso ahimè insegna. E tutto ritorna nel computo di ciò che ho creato finora. Se guardo al materiale, non ho quasi nulla se non un impero temuto ma dalle fragili difese. Ottima base per chi volesse attaccarmi. Fisicamente sono nel momento migliore che potessi immaginare a 25 anni, scontento e acerbo. Emotivamente non ho paura né pudore della mia empatia, probabilmente preferenziale e settoriale, nel percepire e traspirare il riso e il pianto, e la capacità di mettere a proprio agio chi ho intorno. E ho ancora molto da imparare. Sul campo spirituale, il dubbio assale la convinzione di essere evoluto in maniera esponenziale rispetto a ciò che ero o da cui partivo, senza apparenti doti, ma rimane il dubbio se nella gara a chi piscia più lontano sono iscritto, ignoro o voglio vincere. Nessuna di queste risposte mi piace. E ringrazio tutti, perché il vivido ricordo di ieri, avvertimento o meno, resterà con me a lungo, tanto quanto il giudizio di dover fare meglio o di più, specie nell’esempio ricevuto ultimamente, di coloro che “ci credono” in quello che donano ed elargiscono, inconsciamente e involontariamente, con quell’istinto che in seconda battuta ti fa chiedere, “ma davvero l’ho detto”? Ma io ne sono degno? E davvero merito questa fortuna, questa nuova opportunità? A che pro? Che sia il momento di crescere? Di farla finita con i capricci? Di osservare il bello di questo film che ho messo in scena, e che nonostante la mancanza economica mi doni anche nel dolore così tanto insegnamento. Qualcuno se ne va, improvvisamente o nel momento preciso in cui te l’ha ventilato, rispettando con le dovute variabili quell’iter che ben conosco e che temo, ogni volta come se ritornasse come il suono di una campana, per cui all’esterno la visione e la permanenza è sempre peggio per chi osserva rispetto a chi se ne va, e nel dolore dell’attesa invece, rivedo e apprendo ciò che in quel lunghissimo tempo osservi chi era, essere un altro, mostrarti un altro lato del tuo specchio. Quello specchio legato alla paura. La paura mi ha mostrato il numero 90, stamattina, mentre la mia macchina non si è accesa, primissima volta da tre anni. La paura e il passaggio spirituale, che per me potrebbe significare il termine. Ma il termine è proporzionalmente temporaneo, sebbene gli incastri e gli incroci, avvenuti oggi lasceranno la nostalgia di chi non sa se all’eventuale prossimo giro di giostra sarò così fortunato, screanzato e coglione, come i due ragazzi che avrebbero comunque tirato dritto di fronte alla disgrazia osservata o causata. Una particolare lettura anche questa.

E nel mentre che si compie questa fine, c’è un altro inizio che scalpita e suona la tromba. Quello tra le infinite possibilità e gli innumerevoli e quantistici paralleli per cui ancora una volta domani mattina dovrò ricordarmi di essere grato e fortunato. Una sciocchezza, di cui ogni giorno colpevolmente mi dimentico, dando per scontato ciò che credo di avere, in realtà in prestito, senza contratto, ma con quella stretta di mano che tutto dice, e che niente spiega. Io sinceramente non so come spiegare questo scopo, questo karma, queste sincronie, quelle per le quali dal momento preciso in cui ho deciso di non essere più uno stronzo, cosa da appurare al 100%, da quel preciso momento in poi ho scontato diverse pene, tra le più infernali o meno, ma sempre meglio di ciò che ho visto al di sotto di me, anche lì ingiustamente, come il ragazzo sulla sedia a rotelle ad Imperia, come gli innumerevoli esempi di sofferenza senza un contrappasso evidente o nascosto, per cui anche le fortune più importanti e irrazionali vicino a me non avevano importanza, ne invidia, ne giudizio, anzi, “è bello sapere che in questo mondo ci siano fortune, denari e benessere”. E anche se apparentemente non veicolo la frequenza per portarle a me, motivo per cui posso avere le caratteristiche di cavarmela anche senza o in carenza, capisco che non sia universalmente valida la regola del transurfing, o della volgare “abbondanza”, magari vale esclusivamente solo per me, e non è una scusa o una discolpa, ma semplicemente cerco di vivere al meglio che posso per la meravigliosa opportunità di Amore che ho. Quella è l’unica cosa che desideravo da bambino, più del denaro e del successo, e probabilmente la cosa mi è stata data proprio quando non avevo più la forza o la consistenza per mettere in dubbio il contrario.
E questo articolo continuerebbe, citando e opzionando, prendendo e lasciando, molto a lungo, infiniti ragionamenti inquinanti e/o evolutivi, che provo a tenere dentro, spostando nel mio “focus” non tanto ciò che voglio, ma ciò che ho e non vedo.

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