Stasera in piazza Federico Fellini si respira aria di Estate, quella bella, quella che per nove o dieci mesi poi rimpiango. Difatti proprio per questa considerazione tendo a sopportare il caldo torrido come fosse una sfida, sapendo che poi quella leggerezza tipica serale dovrò solo sintonizzarla a fatica, anziché fruirne assieme a le innumerevoli anime e corpi che mi passano a fianco. La fontana dei quattro cavalli, emblema di una Rimini svanita ma eterna, di desideri lanciati dentro monetine o di immersioni notturne a fronte di un senso di appartenenza sportiva, spruzza acqua dai nasi equini con il riverbero di quella brezza che amo.
Ma questa introduzione non è che mi faccia impazzire… Dovrei seguire lo schema del decollo-volo-atterraggio, con due specifici momenti ad alto tasso di curiosità, quasi a cernire una parte centrale che rispecchi le mie folli risoluzioni mentali ed emotive. Ma non ne sono capace, se seguo il filone delle frasi che atterrano sulle mie dita, in quel momento specifico, quell’”ora o mai più” che va preso così come scende, così come è, e nell’aria di un compleanno a musica alta, si percepisce l’energia già alta che impenna, anche se qualche tavolo di fianco a me, chi fasullo e chi scocciato, ribalta il proprio sentire e riparte da una sensazione di sollievo che affoga il precedente scazzo da vacanza e costante di schema da completare. Ed in quel mentre la magia si avvera, ed è per questo che amo cenare qui da solo, l’osservazione dell’umanità riflette qualcosa che per lavoro adoro fare.
Qualcuno mi ha definito “bello e prestante” sicuramente scherzando, ma rifletterei sul concetto del prestante, come prestito. La bellezza è relativa, all’età, alla luce, alle capacità, di vario tipo, di coinvolgere la mente o il cuore, oltre alla cosa che cerco di veicolare con più forza, quella di cercare di mettere a proprio agio il prossimo mio. Nel limite del fattibile, s’intende. Ma il “prestare” è diverso, si presta qualcosa, di materiale, per riceverlo forse indietro, si presta attenzione, ed in questo caso si ottiene indietro presenza. L’appello scolastico al quale siamo chiamati, porta in pagella il voto di vari tipi di integrità. Parlavo in settimana di alcune virtù che mi hanno colpito. E nel viaggio di ritorno da Imperia mi sono riguardato/riascoltato un capolavoro filmico come Profumo di donna. C’è un tratto in cui il colonnello Frank Slade richiama l’attenzione del liceale Charles Sim, sottolineando la sua voglia giovanile di difendere e lottare pro o contro tutto e tutti proprio per sentirsi grande, o diverso, mentre al suo cospetto si presenta un ragazzo che lo fa esclusivamente perché “ci crede”. La stessa cosa avviene in un passaggio di un altro film bellissimo, Erin Brockovich, dove quel lavoro viene svolto nel massimo dell’ampiezza del cuore, ma visibile solo agli occhi realmente liberi dalle fette di prosciutto della convenienza o del settore limitrofo al proprio giardino. Già, quel vicino giardino in cui la marijuana è sempre più rigogliosa del proprio. Probabilmente il mio senso di colpa nel dover fare di più o meglio si è scontrato con la sverniciata ricevuta osservando un altro metodo di amare il prossimo mio come me stesso al punto di compiere, come in Constantine succede, il sacrificio che salva una vita, solleva una difficoltà, risparmia una fatica, sotterra un capriccio, abbozza una sciocchezza, annulla una rabbia, alleggerisce un dolore. Ma quel barbiere deve uscire dal paradosso informatico per essere rasato lui stesso… Quindi “prestare” un metodo, un gesto, un esempio, per essere recepito, per imprimere il proprio segno sulla propria o altrui vita, un prestito a fondo perduto, esercitato solo perché volontariamente voluto e dovuto, senza nulla pretendere indietro.
A volte per mettere qualcuno a suo agio mi sento in difficoltà, sono centesimi di secondo in cui devi capire chi hai davanti e perché, cosa vuole e cosa non ha, per cosa mente e l’amore che c’è dietro al personaggio mostrato. Eppure quell’atteggiamento e quella verve, opportunamente (almeno si prova) ripuliti dal mio desiderio di “esistere” anche per gli altri, a volte appare spontaneamente senza una premeditazione, quasi come calciare un rigore in quel momento decisivo con il piede sbagliato e l’apprensione che sotterra tutta la buona volontà. Eppure anche e specialmente quando ti senti “bravo” e “capace”, può essere prontamente in arrivo quella lezione che ti insegna a guardare nel confronto verso il futuro anziché verso il passato. E quel confronto è appannato se non ti metti in gioco, al contrario gli esempi esterni ti mostrano sincronicamente ciò che ti è dato in dono di vedere, come una sana ammirazione, una prerogativa all’ottava alta che ti rende migliorabile, sano, contento del tuo oggi, e desideroso ma fortemente ispirato verso il tuo meglio di domani, quel “nuovo” che guida la tua crescita.
Nessun capoverso stasera, oggi o stamane/i, come si dice in toscana, a seconda dell’ora di pubblicazione. Nessuna interruzione dal primo finale al prossimo, nessun cambio di argomento, a sottolineare nelle due settimane le lacrime che ho visto e sentito, versato, condiviso e “prestato”.
Il motivo della lacrima, o del pianto, quello che rompe la voce, quello per cui la bocca respira e si ritorna bambini in un secondo, è apparentemente di vari tipi. E come tutti i tipi di pianto ha vari motivi. Rabbia, capriccio, tigna, e compagnia bella, non mi hanno mai sconvolto più di tanto. Ma quando senti e vedi piangere per impotenza, per dolore, per umiltà, quando vedi il bambino o la bambina lasciarsi andare senza quel pudore o quell’orgoglio che frena ogni istante di vera umanità, allora sì che il mondo cambia. Ti cambia nello stomaco e non te lo puoi dimenticare, perché in quel momento ricevi una lezione troppo importante. La vergogna frena la vera identità, “grief”, all’inglese, frena il manipura, frena la forza di volontà, e non v’è vergogna a lasciarsi andare con la voce interrotta dal proprio dolore e dal dispiacere, distante anni luce dal non avere ciò che si vuole, ma vicino all’insegnamento di questa vita che spesso toglie affinché noi apprendiamo come ricevere. Accettare e ricevere, apprendere e conservare ciò che ci viene “prestato”, gratuitamente, da ogni simbologia intorno a noi. Basta soltanto prestare a nostra volta l’attenzione necessaria all’essere capace di vedere tutta la scenografia del film che la nostra vita ci mostra. Ma siamo dei somari, e quando si tratta degli altri siamo eccellenti a vedere, quando tocca a noi è sempre sciopero…
Infinite stelle esattamente quanti granelli di sabbia, così recita un detto della pseudoscienza. Infiniti insegnamenti nell’intersezione delle vite di tutti noi, infiniti frammenti di una unità le cui diversità ci toccano proporzionalmente sia alla coda di paglia che alla capacità di evolvere.
Un inchino. E buonanotte.

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