Ieri sono riuscito in maniera perfetta, direi ottima, nell’esecuzione del mio peggio. Ho litigato con le persone che amo, ed ero realmente pronto a mandare a quel paese chiunque, non solo quelle due importanti persone per me.
Sono profondamente deluso, non tanto per ciò che ho detto o fatto nei confronti di queste persone, e sia chiaro che non ho picchiato nessuno, ma per ciò che in totale dimenticanza di me ho lasciato emergere. Noi dentro abbiamo l’intero universo. Quindi anche tutta la cattiveria e la rabbia che nemmeno si può immaginare. Ma guardando dentro cerco di capire da dove viene, e non credo sia legata ad un ricordo di questi 49 anni, ma nemmeno mi aggrapperei a questo come scusa.
Ci può stare il limite della disattenzione, dell’irresponsabilità, delle mancanze di rispetto, eventi che collego a dinamiche per cui ne fanno le spese innocenti o realtà in cui io ci metto il sangue. O anche la sopportazione, che porta sempre a diversi limiti. Piuttosto che il confronto tra i vari gradi di dissonanza cognitiva per cui ogni tanto ci si distrae dalla considerazione del disagio altrui confondendo la dinamica con una mera presa per il culo, che anch’essa stuzzica parecchio i nervi. Così come coloro che per propria difesa pizzicano, provocano, istigano, sibilano come il serpente del “libro della giungla”e vorresti davvero tirargli il collo allo stesso modo della tigre Shere-khan. Ma è comunque vero che tutto ciò, in ogni sua esemplificazione espressa dallo specchio l’ho attirata io e soprattutto, l’ho scelta e creata. Astraendo, mi sono fatto portare a spasso da qualcosa che mi abita, che sia antico o recente poco importa, ma che snatura la vera natura, e mi porta ad esercitare una personalità ed uno schema costruito o dipendente da un impulso che di umano ha forse tanto, ma di divino non ha nulla. Eppure si pensi ad un atto compiuto con il cuore, come le parole meravigliose che ho ricevuto stamattina da una persona con cui ho il legame più longevo in questa vita, in quel caso la coerenza esprime una spazzata più profonda di un uppercut, o di un drive che va a segno con un singolo colpo. E ancora mi rendo conto di essere fortunato. Nella rappresentazione simbolica di anima, mente, corpo, emozioni, Gourdjeff nel suo libro “vedute sul mondo reale” paragona l’essere umano ad un veicolo destinato al trasporto di un passeggero.
Un veicolo definito carrozza che rappresenta il corpo fisico, trainato da cavalli che sono le emozioni, guidato dal cocchiere che è la mente, mentre il passeggero è l’anima (o coscienza, anche se a volte le due entità non sono strettamente coincidenti, anzi…).
Gurdjieff adoperava questa metafora per spiegare agli allievi della sua scuola esoterica, il procedimento per cui la coscienza che è in ognuno di noi è assopita in un sonno indotto, descrivendo così il funzionamento del pilota automatico (mente ed emozioni) che gestisce la nostra macchina biologica (il corpo fisico). Che cosa succede, infatti, quando il passeggero (anima-coscienza) dorme e quindi il cocchiere (la mente) decide la strada, la direzione da prendere? Che cosa succede quando il cocchiere (la mente) è confuso e non sapendo dove andare, si lascia trasportare dai cavalli (le emozioni) che corrono senza una meta?
Quando il cocchiere (la mente) è confuso e non sa dove andare, la carrozza (il corpo) viene guidata dai cavalli (le emozioni) che automaticamente la trainano, senza direzione alcuna, mentre il passeggero (l’anima o coscienza) dorme. E se la coscienza dorme, quanta consapevolezza possiamo avere di quello che facciamo, diciamo e decidiamo? Come può il cocchiere dare le opportune istruzioni ai cavalli se non sa dove dirigersi?!? E per sapere dove andare ha bisogno di ascoltare la voce del passeggero (anima), così da prendere in mano le redini e guidare i cavalli nella direzione desiderata.
Viviamo la nostra vita immersi in un sonno profondo, credendo erroneamente di essere svegli e consapevoli delle nostre scelte. Il grande inganno è tutto qui. Vivere nell’illusione che il mondo là fuori può determinare il nostro destino e fare di noi quello che vuole. Ma funziona così solo se, appunto, sei un essere dormiente.
E la maggioranza degli esseri, su questo pianeta, sono esseri dormienti, meccanici, che vivono sotto la legge dell’accidente. Quello che accade, seguendo la metafora, è l’assopimento del passeggero. La nostra coscienza non è più vigile, l’anima dorme, e così chi “comanda”, chi sceglie la strada, non siamo più noi, ma lasciamo spazio al cocchiere, la mente, che per “comodità” segue sempre la solita abitudinaria strada trainata dai cavalli, le emozioni, influenzate secondo i programmi fatti di schemi e credenze che risiedono nel nostro inconscio. E si chiama inconscio, proprio perché si verifica fuori dalla portata della nostra coscienza.
L’inconscio non usa la ragione, non può scegliere cosa imparare e cosa scartare, cosa è utile per noi e cosa non lo è. L’inconscio memorizza programmi e credenze limitanti (schemi mentali), paure, pregiudizi, modi di fare e di pensare, ricevuti durante l’educazione infantile e dall’ambiente circostante (abitudini sociali). Ed è così che la mente, come un bravo cocchiere, segue sempre gli stessi “ordini” e percorre le stesse strade, le stesse esperienze, gli stessi errori, ansie, paure, le stesse situazioni e gli stessi incontri, anche se non più desiderati o necessari. Come può cambiare il nostro essere, la nostra vita, se non cambia la nostra direzione? E come può cambiare la nostra direzione se chi deve deciderla è caduto in un sonno profondo e lascia tutto in balia del cocchiere confuso (la mente) e si lascia trainare da cavalli (le emozioni) condizionati dal mondo esterno?
E allora rifletto in prima persona su quante azioni e pensieri faccio senza l’uso della coscienza. Quanti pensieri e azioni automatiche esistono in me quando mi ritrovo privo di consapevolezza, in pratica non so nemmeno io cosa sto facendo in quel momento o perché sto pensando quella cosa.
Esempi abbastanza tipici e frequenti. Chi guida l’auto e anziché concentrarsi su ciò che sta facendo, vaga con la mente sul cosa mangiare, sul dove andare la sera, cosa vedere in tv, come fare l’amore e via dicendo. Chi mentre è al lavoro pensa ai ricordi passati, o sogna ad occhi aperti sul futuro più roseo possibile. Chi lava i piatti e pensa al like appena ricevuto. In parole povere, la nostra mente ci permette di pensare ad una cosa mentre il corpo ne fa un’altra. E questo è possibile perché sono due entità separate, che funzionano in maniera indipendente ma… soprattutto, in maniera automatica.
Mentre guido l’automobile non penso alle marce che sto inserendo, perché il corpo lo fa tranquillamente in maniera automatica. Lo sa fare. E sempre in maniera automatica i pensieri arrivano nella nostra mente. È lei che decide cosa pensare, non noi. È il cocchiere che sta alla guida, noi stiamo dormendo, non gli stiamo dando nessuna indicazione. Lui va in automatico. In pratica da esseri pensanti quali dovremmo essere, diveniamo degli esseri pensati da altro. Allo stesso modo non siamo in grado di controllare le nostre emozioni ma veniamo trainati dalle emozioni stesse, per lo più quelle negative, che rendono questa società così aberrante, crudele e depressa. Anche i comportamenti sono automatici, in base all’esperienza che stiamo facendo, pensiamo una cosa, ne diciamo un’altra e poi ne facciamo un’altra ancora. Quanta consapevolezza c’è nel vivere in questo modo? Davvero molto poca.
Questa lunga deposizione e citazione esplicativa sulla metafora della carrozza serve a me come promemoria di un ricordella di Hogwart, e suona come una campana che mi sveglia da un sonno in cui non credevo di essermi assopito. L’unico modo di salvarmi è ricordarmi di ricordare non tanto chi sono, piuttosto “cosa” sono, e cosa sto diventando, quando mi accorgo che non sto esercitando il libero arbitrio e sto applicando lo schema del pilota automatico, convinto del contrario.
Le parole ricevute stamattina mi hanno come svegliato da un sonno in cui non credevo di essere assopito. Ho accettato nuovamente di mettermi in discussione, forse perché per una volta ho ascoltato le parole giuste che io stesso avrei usato nei miei confronti. E ricomincio a provare gratitudine. E altrettanto mi sono liberato di un peso. Sono molto dispiaciuto e deluso da me stesso ma tutto questo, con le vittime comprese, ha fatto sì che facessi un salto in avanti che rimandavo. Stavolta voglio stare molto più attento e presente e ricordarmi di me anche quando sono in compagnia, quando non vorrei scocciature e me ne preoccupo, e di conseguenza ne ricevo. E sono il giusto stimolo per sorridere della mia fortuna, anzichè sporgermi dal baratro delle asimmetrie che la mia potente mente mi mette di fronte prioritariamente rispetto ad altre. E tutto ciò lo fa perché lei stesso l’ha fatto, affinché abbandonassi quella rabbia, quell’insoddisfazione.
Ultimamente sto ponendo attenzione sulle mie parole automatiche quando esprimo ciò che sto svolgendo. Sto mettendo sempre più spesso il verbo “devo” davanti ai compiti ed alle dinamiche che svolgo, sia scelte che fortuite. Se penso a quante dinamiche “voglio”, anziché “devo”, mi rendo conto della mia selettività e cerco di guardare dentro da dove viene, esattamente come scrivevo circa mille righe fa. Le persone che mi vogliono bene davvero, sono preoccupate per me, per le mie reazioni, per la mia gestione dei corpi e l’utilizzo delle forme di energia che dispongo. Le quali io so che posso scegliere, voglio scegliere, devo scegliere, e qui il verbo dovere domina, perché lo devo a me stesso, al passeggero. Ho come quella sensazione, passeggera, per cui vorrei rifare, meglio, ciò che ho avuto l’opportunità di affrontare in questi giorni. Selettivamente in questo microperiodo ho sentito il “volere” nei confronti della mia nipote Ada e per mia mamma, anche se non esclusivamente. Per altre persone o dinamiche ho sentito rifiuto o scocciatura, per i motivi che ho espresso sopra, che non considero ora esterni ma miei. Mi hanno pesato e ho fatto molta fatica ad affrontarli, compreso il riprendermi in premio esemplificativo un potente ascesso e arrivare al colmo della mia rabbia senza rendermene nemmeno conto. Non ho gestito la rabbia, che sapevo bene di non dover nemmeno fare emergere, non ho gestito l’alcool, mal trasformato in spirito, e non mi sono gestito io, trainato dal cavallo verso la strada della distruzione, facile via da imboccare e da percorrere.
L’astensione da circa un mese e mezzo dalla frutta ha funzionato a dovere, portandomi a fare il botto. E giustamente la sua frequenza ha risuonato portandomi via via ad essere o rappresentare sempre meno ciò che gli altri si aspettano da me. Anche questo meccanismo di liberazione da una catena mi ha portato a vedere quali catene avevo sotto, e nello scoppiare per non stare più dentro ad un’immagine che dovevo dipingere per compiacere, mi ha spostato e portato a scoperchiare il primo velo, per vedere quale era il secondario. E faceva schifo. E grazie. Perché non potevo davvero saperlo, con quell’ostruzione davanti.
Questa riflessione che parte dalla mia delusione di una pessima giornata ne inaugura un’altra nella quale il mio scatto evolutivo ha generato delle perdite e delle vittime. Qualcosa di simile alla condizione delle mie nipoti. Quel qualcosa che loro stesse hanno scelto innocentemente per la loro salvezza, qualcosa che conosco come una sofferenza ed una incertezza che ha istruito la mia vita e spero possa servire alla loro. In questa incarnazione la sofferenza ed il dolore lasciano il paio all’amore che non so più davvero se meritare. Quel senso di colpa che devo affrontare sia per il mio corso di studio che per la sottile e immensa quanto perfetta coincidenza di quello che sto vivendo. Quel senso di colpa per cui mia nipote si taglia le gambe e le braccia, e per il quale io taglio, o peggio “falcio”, gli altri colpevoli o meno, di trovarsi sulla mia strada. Oramai il latte versato confonde l’intento del coccodrillo e non posso che ringraziare per la nuova opportunità di domani, se ancora ne avrò una, l’ennesima. Grato.






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