Digitare per comprendere. Agitare prima del riuso. Comprendere per capire. Qualche sera fa imparavo un altra declinazione dell’amore, quello per i greci, per cui agapé è quello fraterno, per cui siamo vicendevolmente figli dello stesso padre e della stessa madre, e quello seguente è quello materno, protettivo, come quello nei confronti di chi è più debole, delicato, come un figlio o un animale da accudire personalmente. Dall’altro lato di questa barricata si sporgono questioni che collimano con la reale capacità che ho. Ho toccato il fondo due giovedì fa e mi sono fatto trascinare dalla dimenticanza di me, ed in automatico mi sono comportato in maniera pessima. Stimo coloro che in automatico si comportano meglio di me. In seguito ho analizzato il tutto sulla base del senso di colpa e da dove provenga, la tematica per cui dovrei avere il diritto di donare il perdono a me stesso. O meglio comprendere di avere il diritto di esserne capace quanto meritevole. Qualcosa che in entrambi i casi non ho ancora concepito. Poi quella stessa sera nello stesso video di cui ho fatto menzione sull’amore prima comprendo come il giudizio sia una colpa da scontare, un dolore da subire, e sia chiaro, ne sto parlando attivamente. Se giudico colpisco e soprattutto mi colpisco. E mi procuro inevitabilmente del male, sia fisico, che emotivo, che karmico. E ancora, l’imbarazzo che mi è stato fatto notare come mia preposizione, l’ho generato in settimana ogni volta che ho oltrepassato la linea della mia presenza. D’altronde so dove posso parare ma ignoro gli spazi esterni a quello, sebbene li stia studiando. Ho a che fare con molte persone ultimamente e al di là dell’affetto devo considerare sempre il loro grado di allontanamento da quel se che io percepisco, e considerando che io non sia un metro, ma una semplice e speculare rimiranza, devo accettare che sia così, e come mi è stato suggerito giustamente in seguito, non dovermi trovare in quella situazione. Se ad un certo punto ti trovi in quella situazione, l’artefice della scelta della strada sei tu e tu soltanto. Come uscire da quella situazione in modo pulito è il primo dei problemi, come uscirne e basta è appannaggio mio e mio soltanto. So solo che in quella situazione mi ci sono trovato, e se così è, la cosa necessita di una spiegazione legata alla legge dell’abbondanza, quella per cui si attrae ciò che si è, così come nel Talmud “noi non vediamo le cose per come esse sono, ma le vediamo per come noi siamo”. Ebbene, io sono. E sono in un modo che io per primo devo accettare. Il senso di colpa sui miei errori si spalma sui numerosi spasmi di un concetto legato alla mia capacità. Ebbene, quando sono così, in balìa, cosa succede? E soprattutto, perché in quei frangenti sono così’? Da dove deriva? Quale è la ferita o lo schema che imperversa su quel pilota aiutomatico?

E per poesia parlante direi,
che adesso è l’ora del bianco cuore
sorridente e triste come solo decide l’amore
che imperversa e tristemente panneggia furore,
di alcune timide e pallide funeste, e sonore,
capacità di amore tipiche e di maggio candore,
campeggiano vigili come del suo vigile ardore.
Cosa è che incosciente e presente non lo è animato,
per cui la luna è calante o crescente in modo per lui lodato,
di corse e fogge spiegato e altrettanto celebrato,
per la rima inesistente che sia stato mai così amato,
eppur di questa via non viene per nulla consacrato
per la diligente e vigile diplomazia che l’ha sempre consolidato.

Questa parte viene per coloro che hanno la comprensione offuscata
da un raggio missile che sfacela ogni misurata loro giornata,
ebbene muscolo di ogni fascio corporeo consuma caloria affamata,
di vita spicciola e corposa di ogni interezza meditata e sfasciata,
siamo sempre pronti ad ogni canale di ispirazione causale innata,
che porta gioia, serenità, coerenza, e spinge verso la via da Dio portata.

Eppure dopo dieci giorni all’incirca mi trovo ancora così,
con la gestione della rabbia che selettivamente prende il sopravvento sulla presenza,
e sulla relativa rimembranza, per cui siamo nuovamente ospiti di ciò che accade.
Vedo arrivare dinamiche per cui sono pronto a scoppiare, per nulla tra l’altro,
adesco dinamiche che creano ciò in fattispecie, sebbene fortuitamente goduto,
osservo intorno a me ciò che a specchio è mancante di un pezzo,
a me semplicemente visibile ma diametralmente opposto alla difficoltà,
quella per cui rimango vigile ma costretto, complice ma innocente, eppure vano,
se di quella dinamica ne rimango sottoposto e schiacciato, affranto e colpito.
Ne sono colpito, affondato e sconfitto, proprio perché non ho capito,
e capire ne sarà computo e onere se avanzerò di grado, eppure incosciente,
di quel grado di cui non merito affabile scopo, ma di cui enorme compito sia,
l’Accordo che l’anima mia ha scelto per me e per l’evoluzione integerrima avulsa.
E di un coacervo intenso e avulso come l’origine di questa parola nella mia cultura,
racconto di me come di una nuova fase tra le innumerevoli, e ognuno definitiva,
di una consapevolezza che sovrasta l’esistenza insulsa precedente, ma ricorsiva,
quella per cui la scoperta della tua recente giovinezza consacra la tua nuova evoluzione.

Riprendo ciò che è mio rispettando il limite di ciò che non mi compete,
e qui la difficoltà più evidente si nasconde nell’ego di quel che siamo,
eppure siamo ancora in gioco e non sappiamo bene il perché,
so solo una cosa che in questo momento riporta al mio più profondo senso,
quell’amore che nutro e che vivo, va vissuto e alimentato sempre, senza dimenticanza,
approfittare e godere di ogni giorno e ogni momento come se fosse il primo e l’ultimo,
per non avere rimpianti della fortuna e della gioia che nemmeno abbiamo visto,
che nemmeno gli occhi offuscati notavano avere di fronte, a fronte di quello,
che noi stessi mettiamo davanti a ciò che perfettamente manifesto si pone.

E come al solito è bello rendersi conto che non si è capito un cazzo,
proprio perché di manifesta virtù si pone il conto dell’altra dimensione,
quella per cui si vuole ogni volta sporgere il busto del proprio equilibrio.
Sappiamo bene per gli altri e meno per noi stessi se vacanti,
al contempo liberi e incatenati da quello che noi stessi tramiamo,
come quel nodo intrecciato che di molte corde è composto,
e di cui non sappiamo quale filo sciogliere per primo,
perché l’esplosione interiore temiamo, come se fosse amena,
o come se di tutta le sue funeste gesta temessimo,
quando invece siamo artefici e protagonisti di ogni cosa,
ivi compresa la responsabilità delle parti che ci portano a spasso,
o delle quali allo specchio vediamo anormalità o carenze.

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