Un nuovo ascesso che da alcuni giorni solo oggi comincia a lasciarmi suggerisce la perdita di potere, mischiata ad un abbassamento delle difese, entrambe condite da una rabbia in reazione a ciò che è successo e sta succedendo. Stavo considerando quante responsabilità o quante pezze debba mettere nei confronti di ogni persona che ho intorno. Chiedersi come sia possibile è solo una perdita di tempo e di energia. E l’inevitabile non è oltrepassabile. Casomai interviene quella vena dell’acquario che si scoccia, che vorrebbe scappare, anche dalle rogne e dai contrasti. Eppure anche oggi era una giornata che temevo e che iniziata alle 4 di mattina ha preannunciato il suo curioso svolgimento, nonché i molteplici epiloghi. Di fronte a me un attimo fa una persona stava cadendo volando da 30 centimetri di un semplice gradino, e per poco non rovinava a a terra, se non fosse per la vicina di tavolo, bella robusta e con il giusto appeal umoristico e dissacrante che con il corpo e con una bellissima battuta ha parato il colpo. Ieri si picchiavano ad un semaforo verde, per me non un semaforo qualunque, un uomo e una donna, ma l’autista dell’autobus li ha interrotti con una sonora clacsonata, proprio chi non mi sarei mai aspettato ha preso le difese di uno sconosciuto. Ancora Battisti casualmente come sottofondo in questo preciso istante. Il giorno prima un gatto nero sulla mia strada attraversa e si guadagna la mia sosta per lasciare il passaggio ad altri, oltre a 20 centesimi lanciati in mancia alla cieca. Questo un metodo simile ma diverso del promettere o evitare ricompensa al lavoro di sant’Antonio. Una metodica, un’abitudine che ha sempre funzionato, perché cambiarla? Ma, a proposito. Ieri sera un senso di giustizia e di protezione che travestito da difesa attacca e spegne il mio desiderio di dolcezza. La testa è pesante, da giorni, sono stanco e vecchio, almeno anagraficamente o rispetto alle condizioni degli anni scorsi, diversi esempi me lo mostrano, sebbene non desidererei ringiovanire, così come temo la prossima decade come se fosse l’ultimissima. Proprio l’ultima di una vita che mi ha dato più di quel che credevo di aver costruito o meritato. Però sono contento di oggi, alla clinica privata, già stanco, preoccupato e dolorante, sentivo il peso di tutte le disgrazie passate da lì, ma anche di tutte le persone che non stavano male come me in quel momento, alcuni abbronzatissimi e sorridenti come in un luogo del genere non dovrebbe esistere, e la mente che si chiede che ci facciano quelle persone proprio lì, tipico giudizio di quando stai male e non vedi altro, magari sei in fila per per un esame o per accompagnare qualcuno alla gogna. Poi da lì di corsa verso l’ospedale, da mia mamma, in quel posto stesa da più di due mesi, per una prossima dimissione vergognosa come la sua caduta, a vedere ciò che io avrei forse fatto diversamente. Ma con il senno di poi la nonna aveva le ruote. Poi quella sofferenza nel dolore che si insinua sempre di più fino al manifestarsi sempre più insistente, fino allo svegliarti di notte, anche dopo l’effetto di un’anestetico.
Poi quella bambina di 11 anni che sta in un collegio che assomiglia molto a quello in cui ero io, forse meglio il suo, ma quella mano nella mano mi ha trasmesso tutta la sua incosciente paura, il suo disorientamento, l’anelito del senso di colpa che un bambino prova come uno schema costruito possa essere il tramite per fermare la sua irrazionale sofferenza. In realtà quella sofferenza infantile è figlia di un solo motivo. Non essere giustamente in grado di capire. Questi miei tre bambini, figli delle mie sorelle che sento come figli miei, amori miei, con i loro caratteri discesi dai loro geni, quelle madri sangue del mio sangue delle quali non ho spesso condiviso le scelte, quei rispettivi padri allontanati o lontani che a volte avrei voluto vedere appesi, altre volte onesti nel loro essere coerenti, capisco nella loro scelta e nel loro esistere in quanto scelti dalle mie sorelle, non certo da me. Ma chi sono io per certificarlo, visto il ceppo da cui provengo, il meglio del meglio, sarcasticamente parlando. E parliamo solo di biologia. Ma la trasmissione genitoriale è altra, e mi rendo conto di ciò che posso fare per il bene di queste creature innocenti. Innocenti come lo ero io, anche se avevo già a otto anni un’opinione contraria, ed è stato giusto così, altrimenti non sarei come sono, e devo dire che mi piace come sono.
Ripenso facilmente alla mia prima notte in collegio rispetto a quella delle bambine, così a come una qualunque altra notte in cui svegliandomi, svegliandosi, non riconoscessimo quel posto, e nel buio, provare invano a ripristinare la calma, in quel nulla in cui nessuno ti potrebbe mai aiutare. Non so se sono riuscito a trovare le giuste parole che riassumano quella solitudine, quell’abbandono, quella tristezza e quell’incertezza che in seguito ho capito che avrebbero fatto parte di ogni istante della vita seguente. E forse non c’è niente che ti possa restituire una normalità, o presunta tale. E la cosa non vale solo per la prima notte, assolutamente. Anzi, in seguito non è che peggio, nella rassegnazione che scava la profonda buca dell’abitudine. E ricordo bene il mio svegliarmi in un altro letto, sonnambulo ma incosciente di come ero finito lì, in piena notte, e della difficoltà di prendere l’orientamento nel buio per ritrovare la via della mia camerata e del letto in cui ero assegnato, anche quello non il mio, non quello della stanza di casa. Senza più mia mamma, mia nonna, qualcuno che non avrei considerato estraneo o ostile. D’altronde non avrei modo di parlarne oggi perché riferisco l’odierno al mio passato, probabilmente ignorando il mondo di oggi come sia poco attinente a quei valori. Eppure secondo me un bambino che si sveglia nel cuore della notte di soprassalto o in stato d’ansia, così come un ragazzo, o fosse anche più grande, sapendo che nell’altra stanza c’è sua mamma e va tutto bene, può girarsi dall’altro lato considerando la fortuna che ha o rimanendo cullato dal senso naturale di “famiglia”, un senso comune ma non scontato. Ma se non ce l’ha, allora le cose vanno ponderate, e questi bambini vanno capiti, aiutati, risparmiati. Forse sono proprio io che richiedo quest’azione per la mia redenzione, per quanto senso di colpa sentivo da bambino, proprio come Ada e Mia, che si puniscono tagliandosi, infliggendosi del dolore a contrappasso di ciò che non riescono a trasformare o a capire. Al contrario mio che ho covato, fino al farla pagare al prossimo mio, specchio di me stesso. Ed il karma di questa cosa ancora mi corre dietro, al di là di ogni convinzione legata al mio meglio o alla mia evoluzione. Sono sicuramente contrariato e molto incazzato. Non ce l’ho con i miei genitori, nemmeno con i miei persecutori, ce l’ho con me, il peggiore dei miei nemici.

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