Questo è l’anno in cui ho compiuto il mio cinquantesimo di età. In maniera abbastanza sorprendente l’ho patita meno di quel che credessi. Forse il fatto che me li sentissi già dal 46 esimo ha delicatamente influito. Dai 37 ai 40 ricordo di aver sentito un fastidio superiore per l’acerba e più giovanile tendenza al non lasciare andare, al timore del cambiamento, e alla paura di perdere, che tutt’ora soffro, ma al tempo era di molto superiore, ma che in maniera direttamente proporzionale, anche di gravità, sto cercando di arginare il più possibile. E’ comunque parte della natura umana. La pianta che nasce, cresce rigogliosa,  nel momento migliore e più maturo vive un cambiamento per cui la sua morfologia cambia, e fiorisce. Una fase breve ma molto bella e appariscente. Qualcosa di già bello che inaspettatamente migliora. Nell’improvviso e seguente inizio di appassimento, si svolge un’altra fase dalla lunghezza variabile, a seconda di varie condizioni, e al suo termine finale vi è il momento in cui prima di morire completamente rilascia un seme per una nuova pianta, per una nuova fioritura. E l’incertezza sulla riuscita di quella semina è abbastanza coerente, proprio perché in questa vita non si può programmare nulla che non si sia riuscito ad espletare per la prossima. Come già detto, non vi sono prove certe del poi, della condizione e delle relative opportunità. Già temiamo il contrappasso di questa, figurarsi se possiamo avere accesso al domani, quello è già invisibile agli occhi odierni.

Comunque sia, a 50 anni, nato a Rimini, quindi sul versante Est italiano, non sono mai riuscito a vedere l’alba. Fino ad oggi perlomeno. E’ una di quelle cose, come tante altre riviste e rivissute in un’età più saggia di quella giovanile, che assume un simbolismo, un significato, ed un contraccolpo emotivo ed energetico molto più interessante e profondo di una precedente esperienza più lontana.
La notte si trasforma lentamente in un crepuscolo in cui il giorno si espande e illumina tutto il panorama, ed il rosso rosato comincia a scaldare l’estremità verso cui il colore ti guida nella vista più luminosa e mnemonicamente vicina all’ultimo momento del tramonto. Un istante velocissimo mostra una scintilla rossa che per pochissimi istanti si ferma prima del suo avanzare verso l’alto, momento in cui quel semicerchio di fuoco tende a staccarsi da quell’orizzonte marino. Il distacco provoca un riverbero che è indescrivibile, e nessun dispositivo elettronico fotografico riesce a rendere sia quel colore che quell’emozione, per quel sole che avanza verso il mio sguardo, in attesa di un volo che forse nemmeno Apollo può gestire verso il suo culmine, quell’apice di fioritura iniziale e saggezza finale che possono rappresentare i due momenti, brevissimi, per coglierne la bellezza, quali l’alba e il tramonto.
E l’emozione energetica che si prova nel vederlo spuntare a sorpresa, proprio nell’istante in cui sbatti gli occhi, non è riproducibile sia in termini digitali, che sintatticamente e analogicamente descrittivi.
Le immagini, per quanto bellissime, non competono con ciò che si prova. Il logos solare incarna il maestro che si avvicina nel suo moto circolare da tropico a tropico, svelando come Maya il mistero di una circolarità di luce e buio, di vita materiale e vita onirica. Una sperata ed eterna circolarità, come l’avvicendarsi della vita alla morte, la parte materiale a quella immateriale, della luce e del buio, in un ritorno presente e divino.

E’ la seconda alba che mi attraversa in tre giorni, in questa zona d’Italia in cui mi trovo per staccare, non so più bene nemmeno cosa. In più questo luogo rievoca. Rievoca sia i luoghi già visitati che quelli sognati. Il loro ricordo che riaffiora nel ritrovarlo, come la differenza tra quella precisa discesa, quel ristorante ritrovato a metà strada prima dei gradini, ed una spiaggia che non è la stessa del precedente ricordo. Quella spiaggia dove ricordo bene che avevo un piede zoppo. Ma è un ricordo più vecchio di 10 anni. Un mese fa ero in un luogo vicinissimo a questo dove tempo addietro ho fatto esperienza di immersioni, e ricordo come nella frenesia di quelle escursioni tutte schedulate, organizzate ed in gruppo, mi sia rimasta quella voglia di vivermi quel luogo così calmo e con quel sapore deliziosamente vintage. Una calma senza fretta in una passeggiata, perdere un tram o una navetta e camminare divertendomi, o in un giro per il parco, per negozi o mercatini (in incognito tra l’altro) che con il mio lavoro non mi sono più potuto permettere. Così come quell’alba che non sapevo se avrei mai visto, pur con tutte le facilitazioni del mio luogo di nascita. Eppure vedere l’alba è come prendere un appuntamento. Con se stessi innanzitutto. Basta rispettarlo. Tra le cose rievocate vale un mignolo e un orecchio, che portano fuori quel recondito qui lasciato, forse nello stesso mare, o nel roccione che sovrasta la costiera, quel bosco di pini marittimi e quelle cicale instancabili per 18 ore in un giorno. Un anticiclone benedetto che mi ha finora regalato mezza nuvola passeggera, spazzata dalla pressione come i pensieri che mi aspettano al varco della mia incapacità di risollevare le sorti di capra e cavoli. In un certo senso è la prima vera “vacanza” dopo quell’Elba nel 2002 dalla quale nonostante i 22 giorni trascorsi non sarei voluto più rientrare, e provo anche nel brevissimo periodo a disposizione la stessa nostalgia. Come in “profumo di donna” a volte convivono le sensazioni simmetriche e opposte di andare ma anche di restare. 

E nel mentre, proprio questa mattina, con l’alba alle spalle vedo quell’alto, e appunto all’alba opposto, disco lunare calante, manifestarsi con l’illuminazione scorretta secondo la prospettiva studiabile, ulteriore prova lampante di una descrizione fisico planetaria differente a ciò che dinamicamente appare, proprio per motivi legati a quel recinto di cui parlavo recentemente. Discorso differente per l’apporto umano e femminile, nonché come parte restante ed oscura del tempo, che le tredici sue fasi rappresentano in un ciclo di un ipotetico anno. Diverso e più reale di quei dodici mesi sbattuti in faccia con la filastrocca per ricordarsi l’anomalo conteggio. Quello è solo stato scombinato per impedirci di essere perfettamente allineati e al contempo privati di quel senso di disorientamento e curiosità, come quella domanda a cui nessuno mi seppe dare risposta, e cioè, “che fine fanno le ore sparse in disavanzo nei tre anni che alternano i bisestili?” E poi bisesto diventa chiaramente funesto, forse proprio per la divisione di una costante in due o tre fattori coincidenti.
In questi giorni stavo riflettendo su diverse cose, evidenze o apparenze, curiose nella loro approfondita inconsistenza, appositamente utilizzate per complicarci la vita. L’ipotetica base 10 al posto di una ricorrente e naturale base 12. La concezione eliocentrica planetaria con tutte le sue lacune, per soffocare la teoria di questa terra infinita che nessuno può lasciare tramite un’orbita, una cinta di ghiacci che divide gli altri mondi, o quelli che noi crediamo altri pianeti, altre ere o universi paralleli. La possibilità di comunicazione unicamente relegata ai portali ed alle cavità della terra appositamente sorvegliate, così come la cintura dell’Antartide. Sia chiaro, non è nella capacità umana lasciare il pianeta, o di attraversare le temperature estreme dei confini del prossimo sole. Eppure se ti dicessero che gli altri mondi sono dietro un muro, saresti più curioso rispetto al sapere che sono infinitamente alti e lontani? Anche se politicamente indotto, anche il muro di Berlino è stato abbattuto. Mi sovviene quel film che credo si chiami Down Under, dove il mondo di sopra trovava nell’amore un’unione con quello di sotto, precedentemente e reciprocamente ignorato e ignorati. Stamattina ho potuto vedere quel sole avvicinarsi a me, dedicarsi a me, e regalarmi quell’energia della sorpresa. Quel disco che appare dal nulla, sorprendendomi, ma confermando la sua presenza arrivata esattamente da dove mi aspettavo.
Curiosamente il disco lunare, spesso è dove non te lo aspetti.

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