Difficile scegliere. Difficile eccepire. Difficile constatare. Grandi difficoltà a fronte di un percorso unico e coerente. Sicuramente. Proprio perché ancora una volta, tanto per cambiare, ho peccato proprio in quella. Non è il problema di una bottiglia che viene lanciata sotto una macchina, gli effettivi torti o ragioni, ma il rendersi conto che propriamente ci si stia allontanando da sé in balia di maschere, ferite, condizionamenti, istinti animali e umani di basso grado, orgoglio e pregiudizio, miseria e nobiltà, e tutto quanto sia di inquinamento al libero fluire del mio vero essere. Quello che inseguo, distratto e contratto da ogni tipo di difficoltà o sotterfugio. La capacità sabotante ha sempre un colmo, un limite, diverso da quello dell’azione e della sua controparte. Il colmo arriva sempre dai segni. E per me lo è stato quel cane, Enzo.
Quel cane mi ha rimesso a terra, mi ha riportato al mio posto, senza capire immediatamente il mio dolo, e senza individuarne la tipologia, comprendendo di essere semplicemente uno stupido, un inutile stupido. Ripeto, uno stupido che navigava sulle ali dell’ego e dell’egoismo, intese chiaramente come entità dissimili, verso una vera comprensione dell’opportunità che un umano ha, e che troppo spesso dimentica. Offuscato da ogni tipo di gelosia, di brama o di colpa, collide con la sincera imperfezione che atterra la sincronia di ogni tipo di umiltà, regressa, pregressa, e recondita.

Un film come quello che ho visto, straordinario, mi ha insegnato quali sono le vere realtà a cui può ambire un essere delle mie proporzioni. Se ho la capacità, mista alla presunzione, di essere di aiuto agli altri, non posso non considerare i messaggi che ho recepito in questo lungometraggio. E nel mentre il pianto mi ridimensiona nella forma congeniale, e si sa, storgere e cambiare possono ferire, nello stirare quelle linee a favore di curve, nel rivolgere e ripristinare ogni tipo di schema preassemblato. Un cane rinascerà uomo, come la mia Ester, pronta, e matura, timida e onesta, verso una nuova forma ma con la stessa identità. Pura, pulita, come non potrei mai riuscire a raggiungere. Eppure in quel film, dalle parole di Enzo, capisco ogni tipo di considerazione e ogni tipo di dubbio, ogni tipo di incertezza, ma c’è una cosa che non è alla mia portata. E la cosa si manifesta proprio all’inizio del film. La saggezza del conoscere il proprio scopo, o di apprenderlo, e di constatarne il termine, come giunto a collezione, difatti la collezione aggiunge pezzi alla ricerca. E di quella ricerca, piena di fede, tipica canina, ne riesce un prototipo migliore, quello che sa cosa fa. Quello che noi umani, io in particolare oggi, rivedo come la mia chimera, una meta lontana e ardua, per essere ciò che dovrei essere. “Ma tu l’hai sempre saputo”, tipica affermazione umana di fronte agli occhi del proprio angelo. E che sia arcangelo armato o lupo ringhiante, che differenza fa?
E nel mentre che questa mappa del mondo si allarga, che nuovi mondi ritornano e risuonano così vicini e lontani, non verso l’alto ma lateralmente, riconosco la magia di quanta fortuna noi abbiamo e quanto stupidi siamo.
L’esempio di ciò che andrebbe fatto ce l’abbiamo in casa spesso, ma per me è innegabile la sua franchezza ed il suo inestimabile colore. La scelta, lo scopo, e soprattutto la responsabilità. Noi umani abbiamo una responsabilità che ci sfugge di mano e dalla mente, eppure è innegabilmente grave e onerosa, nonché onorifica. Ci dimentichiamo proprio di queste basi. E nessuna poesia può calmare o spiegare la dinamica.
La verità è una sola e soltanto. Qualunque cosa tu possa subire, l’unica opportunità è quella di esercitare sempre il proprio equilibrio in presenza a fronte di ogni dinamica. E tanto basta. E tanto serve, esattamente. Non serve guardare allo specchio in quel che si riceve nel comprendere e giudicare, ma solo in quel che si esercita e si muove nei confronti degli altri, chiunque essi siano, nel compendio della propria integrità, della propria umiltà, del proprio istinto ripulito e alleggerito dagli scopi materiali e venali.

”Attraverso i miei occhi”, un film straordinario, con un maestro d’eccezione, doppiato eccezionalmente e con un istinto primordiale e superbo, un anticipo di vita e di superiorità animica unica e inimitabile, un esempio ed un plesso di istruzione corrente e antica, un autentico insegnamento che riguarderò, ancora una volta, proprio per la mia imperfetta imperfezione, corposa via nella scena di una frenetica immaginazione, ma assegnata ad un lieto ed impervio insegnamento di una via che la memoria vuole tradire. E per chi l’avrà visto, saprà oggi lieto che la zebra non ha colpe, così come nessuna azione è vana. E nelle montagne della Mongolia vorrei anche io non essere calpestato, per la nobiltà che non sono stato in grado di ottenere in questa vita, nelle mie scelte, nelle mie opportunità e nelle mie azioni. Chiedo perdono.

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