Nell’ultimo mese trascorso ho capito quanto fosse importante la capacità di chiedersi, continuamente, ininterrottamente, o perlomeno più volte al giorno possibile, tre semplici domande. Ancor di più quando le cose si mettono male o ci si sente in difficoltà.
Le domande sono un mix della seguente considerazione, da applicare ad ogni situazione critica. E cioè chiedersi dove si è, con chi, e perché. Sapendo inoltre che ciò che si sta effettuando abbia un tipico “effetto” diretto, attivo e passivo, verso il prossimo ma anche verso di me, una scia nell’acqua che muove e contrasta le onde oceaniche contrarie o la stantìa di un antico canale fluviale chiuso.
Ho capito che attraverso queste domande rivolte al ricordo di sé, che non è fisico, mentale o emotivo, ci si può ricondurre alla connessione dell’anima, quella per cui il grandioso Cane Enzo esplica quanto appreso da Eve, e cioè che la morte non è più temibile, è solo un passaggio ad altro. Spesso in meglio. Spesso in una nuova forma, migliore. In tutte le altre direzioni siamo “arati” nel cervello e nelle reazioni da meccanismi altamente evolutivi tanto quanto distruttivi verso ciò che amiamo. Proprio ciò che è lì per insegnarci, per stimolarci, per stuzzicarci e farci uscire da quella adorata zona confort così poco utile a progredire.
E sono nuovamente qui, dopo circa un mese, a scrivere, alla vigilia di natale, in un ristorante affollato dalla frenesia di vincere alla tombola, un panorama eccezionale di umanità osservabile. Solo con il mio iPad, per scrivere queste cazzate così lontane dall’approssimazione inetta dell’intelligenza artificiale, eppure così funzionale a scuotere e indirizzare i più distratti, proprio il contrario del pubblico che potrebbe leggermi. La quota del mio scrivere è così leggera e inebriante, che nel contempo può comprendere e sorprendere. E anche se inetta e inebriante, conserva il tipico sentore delle uve non mature ma già dedite alla vendemmia. Eppure ad aver aspettato sarebbe maturato un vino migliore, quello che non si ha il tempo di attendere, quello che ancora deve essere creato, formato, composto, completato, assunto.
E questa “natalità” mi insegna nuovamente altre tematiche, complesse e compresse, di ciò che indirizza questo tempo, così limpido e reticolato, così come quell’arcobaleno odierno della forma della cupola d’acqua che divide la terra dal firmamento, mistero così limpido quanto nascosto.
E qui sta per scattare la tombola. Usanza tipica, quanto borghese, o finto borghese, della brama di vincere, unita alla voglia di festeggiare, e l’atmosfera. Già, l’atmosfera. Quel compendio socio energetico e ambientale che crea la scenografia. Quella fotografia olfattiva e celebrativa di quello che apparentemente per ogni persona significa il natale. E mentre stanno per uscire i primi numeri mi chiedo come posso affrontare questo natale indenne da quando ha smesso di esserlo. Già dal 2012 quel bambino che festeggiava il natale è morto, e ne ho rianimato un altro che pensava solo al natale dei bambini, quello che giustamente deve essere. E a quest’ora, dopo l’ennesima tombola in cui osservo gli altri vincere, attesto la mia fortuna in amore, quella per cui ottengo relazioni nuove come esperienze formative ed evolutive. Esperienze di traumatico traghetto, trascorso, attraversamento, per la specie che mi circonda, per la volta evolutiva che ricopre il firmamento di questo Domo. Questa Terra Infinita mi ha insegnato quanto ero convinto di qualcosa che avevo dato per assodato, e che oggi devo ricostruire. Allo stesso modo contemplo, approfondisco e riunisco ciò che ho appreso, ricominciando dall’inizio. Proprio quello che mi serve e che auguro ad ognuno per cambiare idea, rivalutare, prendere in considerazione, provare ad ammettere, mettersi in discussione, considerare anche di avere sbagliato dove si pensava di essere nel giusto, per provare a ricominciare, da soli, verso una situazione differente, o relativamente presente, verso ciò che non si è in grado di considerare nel buco in cui ci si trovava, e dal quale è stato difficile uscire.
Dopo essersi resi conto di esserci. Dopo essersi resi conto di non esserci. Dopo essersi resi conto di essere il buco stesso.

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