Quando si è “a cavallo”, quando si va dalla fine all’inizio, si attraversa, come in un passaggio, come in una morte.
Difatti anziché trascorrere dal principio alla conclusione, il ciclo di vita assume le sembianze della rinascita. E sebbene l’architettura del conteggio dei giorni e dei mesi sia stato stravolto per allontanarci dai mesi lunari più salutari e naturali, a livello energetico c’è tanto flusso che coincide in questo avvicendamento. Tradizionalmente si lascia la strada vecchia per la nuova, e nella via passata si saluta un “anno 9” per un “anno 1”. Al di là del cambio cosmico e del kali yuga inteso come spostamento epocale verso una nuova era, fatti che dipendono anche dal folklore nonché da uno studio basato su un principio probabilistico non correttamente considerato, abbiamo nuovamente in pasto vecchie e nuove speranze di ripartire con meno peso sulle spalle e con un’energia finalmente nuova, laddove gli innumerevoli sacrifici abbiano ripulito il campo sul quale poter nuovamente seminare.

Ma per un genere umano, un popolo “incline a sbagliare”, e voce sintattica migliore non poteva essere usata, il compito è sempre più arduo, considerati i molteplici fattori che ereditiamo karmicamente, assumiamo nelle età pre-risveglio, e che emergono una volta intrapreso il cammino di questa fede. In sostanza non cambia nulla, se non che in ogni traguardo, pulito, che non raggiungiamo affine alla serenità, alla gioia e all’abbondanza, rivediamo i nostri stessi limiti, volutamente imposti da questa esistenza, in questo piccolo Duomo di questa terra infinita. E anche se le terre aliene, antiche e mitiche ci sono, ubicate probabilmente in parallelo anziché in verticale, viviamo lo stesso limite e lo stesso impedimento che solo nel mondo onirico possiamo assaporare, ma non sappiamo come oltrepassare.
Ed è proprio nel mondo onirico che possono svelarsi i più tumultuosi misteri e le più fantomatiche verità. La fine dell’anno è come il mettersi a dormire, attendendo quel dolce momento, non scandito e senza botti, come un lasciare e lasciarsi andare. Il risveglio è il momento dell’inizio, del nuovo inizio, quello da cui, sia simbolicamente che dinamicamente, si ha l’opportunità di ripartire. Due stadi e due momenti misteriosi ed affascinanti, che hanno in comune uno stato dell’attività mentale in cui la frequenza cerebrale si abbassa notevolmente, in cui ci sentiamo indifesi e spensierati come bambini, uno stato appunto pregiato quanto le creature in oggetto. Quel limite tra l’addormentamento ed il risveglio a volte sembra durare un istante, altre viene interrotto e ripreso. Ma nel mentre vi sono altri mondi ed altri luoghi, in cui non ci è dato il ricordo, se non nella rappresentazione onirica, in cui spesso lo scarico dei simboli del periodo, insieme ad intuizioni e visite particolari, si susseguono in un parallelo eterno e recondito, viaggiando per vite e corpi anche differenti da questa specifica, in cui il tempo che normalmente misuriamo non esiste, lasciando spazio alla quantistica ed alle funzioni energetiche, quelle per le quali quei sogni, quei simboli e quei messaggi sono fattori o eventi pressoché reali(e la parentesi sottolinea il significato non finito e matematicamente materiale della parola “reale”), che si intersecano su altri piani, in alti momenti, in altri spazi.

A questo si aggiunge il paradosso del recinto e dell’allevamento. Ciò che dall’alto verso il basso sappiamo esercitare, nelle specie che dominiamo quali flora e fauna, sono convinto che sia anche a nostra volta passivamente subìto e affrontato inconsciamente. Quel recinto è anche oltre la nostra visione, e lo spazio che ci viene dato dalla nascita alla morte è il cibo per crescere e nutrire energeticamente chi ci ha chiuso là dentro. Film come Matrix o The Truman show possono dare un piccolo input di ciò che cerco di affermare, nella libertà della mia opinione, liberà perché libera di cambiare da sola. Anche gli animali sognano e provano addirittura emozioni, potrebbero anch’essi disallinearsi alla loro realtà imposta attraverso il sonnambulismo, una dinamica che esprime un cammino molto lontano, al di fuori del proprio scopo. Già, perché spostarsi addirittura da dove si è nella fase onirica rappresenterebbe uno spostamento molto importante, per verificarsi in quella così delicate e misteriosa fase. Ricordo bene il disorientamento provato quando non ho avuto più alcun dubbio, rispetto a quando mi veniva solamente raccontato, di essermi spostato durante il sonno. Quella volta avevo nove anni, e in collegio dalle suore nel bel mezzo della notte mi sono risvegliato molto infreddolito in un letto di un’altra camerata, un letto dimesso per mancanza di bambini in quella stanza, rivestito dalla tela cerata, che proteggesse dalla polvere un letto già fatto ma non finito. Ed io ero proprio sotto alla tela. In quel buio la difficoltà più grande è stata il riprendere l’orientamento spaziale. E non avevo nemmeno tanto tempo perché un rumore avrebbe potuto svegliare qualcuno che mai mi avrebbe creduto, e nella mia innocente verità sarei stato comunque punito. Capire dove fossi, inizialmente se fossi ancora nel collegio, è stato abbastanza breve. Vedo ancora quelle immagini buie e sfocate, per niente nitide, e le due pallidissime fonti di luce lontane per cui avevo il 50 per cento di possibilità di avanzare nel silenzio della direzione sbagliata. Quel “soggiorno” di circa un anno mi ha donato una serie di ricordi che racconto sempre meno spesso, forse perché l’ascoltatore soffre profondamente per qualcosa di cui io oggi ho un ricordo quasi divertente. MA di divertente c’era ben poco, e trovare uno stimolo per passare del tempo qualitativamente stimolante, ricordando sempre che avevo 9/10 anni, era di una particolare difficoltà, che alla sua completezza mi restituiva un senso di maturità e di genio al contempo. Già allora la modestia non mi sfiorava.

Il paradosso tocca i limiti del visibile, e spesso anche se visto non viene notato o al peggio viene negato, un po’ come per le immagini di Marte ritoccate con il rosso, che se ingrandite rivelano legni e topi morti. E quello è un lato della platea. Un lato ampio, come ampie erano le fazioni a cui non volevo appartenere. O peggio, avrei anche voluto appartenere anche io ad uno dei loro gruppetti, ma non riuscivo perché per ogni età ero incoerente ai loro dogmi. E quindi da solo e senza compagno di banco, così come in fondo al pullman. Così come in bicicletta, in motorino, in auto, e spesso ancora oggi al ristorante. Questo recinto è invisibile come quello per cui le pecore ritornano da sole al loro interno, probabilmente convinte della sicurezza di quella clausura. La stessa clausura che per tanti viene percepita come elevante, la stessa “cella”, simbolico significato di “prigione”, luogo di riflessione silenzioso ed al sicuro da inutili distrazioni. Le stesse distrazioni che oltre la cinta dei ghiacci rivelerebbero alcune verità che per il nostro quieto sottometterci, non siamo pronti a vedere, o a notare se ci fossero poste davanti. A volte perché lo dice già tutto il gruppetto, a volte perché la verità scombinerebbe troppo il dogma saldo e fermo che, come la legge di gravità, o altri fenomeni fisici, sia dimostrabile astrattamente ma non visivamente. Eppure per imparare a contare ci è stato insegnato che il numero tre è dimostrabile con tre oggetti, eppure non avviene lo stesso con gli assiomi e gli assunti per cui un bambino pone una domanda specifica e qualcuno gli chiude la bocca con una formula. Con quante formule, leggi e assunti, ci viene chiusa la bocca o interrotta una domanda? La cosa che però mi affascina e mi consola, è che alcune considerazioni che sto analizzando, oltre a non essere così impossibili da verniciare, rispetto al contrario assodato, ebbene queste nuove considerazioni del mondo che ho intorno contemplano maggiormente la presenza di Dio. E la relazione con lui, anch’essa da rivedere, proprio per l’immagine e somiglianza che avremmo nei suoi e nostri relativi confronti.

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