Scegliere per decidere. Spesso. Scegliere da che parte stare. A volte. Scegliere nella consapevolezza della non libertà di scelta. Sempre. Così come la fine dell’articolo scorso ritorno sul discorso ma ignaro della verità, come è giusto che sia, attesto la mia mancanza e la mia incompletezza verso una finitezza a cui nemmeno ambisco, ma che affascina. La coltivazione di cui facciamo parte, ha confini estremi e margini ambigui, una forza deteriorante che consuma la conoscenza a favore dell’apprensione e della falsa consapevolezza.

Essere coltura, esattamente come per le scelte etiche e biodinamiche si può risultare più nobili, delicati, o rari, per ricevere nella fase di impianto e nutrimento maggior cura e più amore, e direi che come parallelismo non farebbe una piega. Scegliere di non far parte di un prodotto di massa o intensivo è un percorso irto di difficoltà e di accuse verso la propria individualità fuori dal comune coro. E a quello ci siamo abituati e ci sguazziamo anche. Tutta la vita.
Scegliere di essere è ancora appannaggio di una libertà rimasta intatta, nonostante la mancanza di scelta. E su quello possiamo ancora operare, agire, sentire. Tra le pochissime persone che so possano leggere queste mie fandonie su questo dominio, ultimamente c’è stato qualcuno che si è sentito toccato. La mia narrazione, nefasta e irrazionale, solitamente non tocca alcunché o nessuno, se non le mie esperienze e i mie ricordi reconditi che vengono sommati nel pallottoliere della mia follia. Se desiderassi esportare questo verbo sarei Evangelista. Che poi gli evangelisti, anche loro, chi gliel’ha fatto fare… Parte di quella bibbia appositamente riscritta a favore degli imperatori di turno, proprio quelli che si sono dedicati due mesi a favore nominale, slittando un settimo in nono mese solo per esercitare la lavoratività della calenda, sul posto della natura artistica del tempo. E la natura elettromagnetica di ciò che siamo in grado di vedere e del posto che abbiamo la capacità di vivere o conoscere. Lo spettro di frequenza non è solo uditivo e visivo, ma anche percettivo e materiale. Questa terra infinita è un mistero, che sia Freud, che sia Welles, che sia gatekeeper o evangelista. E chi è tornato dall’aldilà con i documenti ufficiali certificanti ciò in cui credere? E se qualcosa è così fortemente impostato come assioma di verità, è proprio lì che dovrebbe salire il dubbio. Forse il cardinal Florestano Pizarro da un’interpretazione nel suo recital che rende l’idea della non idea. Ed eravamo solo nel campo della coltivazione religiosa. Come ho già espresso uno dei vari eserciti di condizionamento per tenere le menti impegnate in bisogni, obblighi, necessità. Istruzione, scienza, diffusione, religione, socialità. E nel mentre scende il buio fresco di queste prime nuvole di questo anticiclone, come a sancire nel solstizio la “fermità” o la fermezza del moto elettromagnetico del sole, che illumina solo sotto e non sopra, che nei suoi otto minuti luce di percorrenza non illumina lo spazio e non scioglie ciò che è definito che sciolga e carbonizzi. Di prese per il culo ne sentiamo tante, ma in tanti si battono per portarle avanti come per un senso di comune associazione, quella che relega dentro a quel recinto in cui, coltivati, razzoliamo secondo le regole, le stesse che proponiamo alle specie che apparentemente siamo soliti noi controllare. Ciò che fai avrai, ciò che sei hai, e allora come potrebbe non esserlo? E comunque, che cazzo cambierebbe nella consapevolezza se non quel senso di ribellione autolesionista o guerrigliera degli uni contro gli altri? Quel divide et impera che funziona sempre, come in quel meraviglioso film, in cui la chiave per aver ragione non è spiegare la propria tesi, ma screditare la controparte. È’ un mondo difficile, e adatto ai duri che possano giocare, osare, prendendo parte a questo momento di apparente cambiamento, e non parlo della rivoluzione green, siamo qui in questo momento parallelamente riconoscendoci per uno specifico motivo. Ed il motivo credo che sia proprio la scelta. Prima si individua lo schema, prima si può scegliere.

E ce ne sarebbe da dire, solo che le frasi e le visioni compaiono sempre nei momenti in cui non posso annotare, vanno vengono e si ripropongono. Nel mentre osservo una porzione di umanità che come al solito riserva la visione dello spettacolo della sopravvivenza e del trovare un senso a ciò che si è in quel momento a fare. Qualcuno si sveglia e tende ad andare in crisi, perché non sa bene cosa sta facendo o verso cosa stava andando, per cui la cosa spaventa e può perfino ammalare, e ci vuole impegno a cogliere lo spettacolo in ciò che vedo, uno spettacolo fatto di tantissimi frammenti dello stesso grande specchio, ma sempre il più bello spettacolo, secondo solo all’onestà e alla coerenza del mondo animale e vegetale.

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