Oggi una gita in barca mi porta a fare qualcosa che non avevo mai fatto ma che stranamente conoscevo. Il marinaio, ora sotto tutti i punti di vista. Scopro una domenica di gente di mare novembrina, un tiepido sole ed un sereno cielo su un mare piatto, quasi privo di vento. Girare alla sinistra del porto per entrare in un’altra città, un quartiere marino in una città di mare, in un via vai di biciclette, di jogging, di manutenzione navale, di pesca e pescatori, un salto indietro in un tempo lontano, alieno ma riconosciuto. Staccare quel piede dalla terraferma per appoggiarlo sul rollio, ondeggiante, cura per la mente affollata e piena di questi giorni. Giorni di dolore, tanto, dopo aver unito altri punti grazie al dente, rigoroso collegamento con l’incidente. Non faccio in tempo a trovare il collegamento tra l’evento automobilistico del 2018 e l’estrazione con intervento dentistico di giovedì scorso che lei ritorna a parlare, di quanto il mio bluff sia alle battute finali.

Lascio andare questa settimana quell’incisivo a cui aggrappavo il desiderio di mantenere in piedi il castello di carte, ma che per tre volte ho sognato di sputare annunciandomi puntuali disgrazie e dolori. Anche prima degli eventi di gennaio-marzo ‘23 l’avevo sognato, ed insieme ad altri denti che sputavo, premoniva qualcosa di particolarmente grande e difficoltoso a cui stavo andando incontro. Diversi anni fa il granuloma che ha indebolito e mangiato l’osso in cui doveva affondare la radice di questo dente, anticipava l’incidente che distruggeva senza mia colpa il furgone con cui lavoravo. Un regalo meraviglioso dei vigili del fuoco che decidevano di passare al rosso senza sirena e lampeggiante mentre partivo io al verde, alle 9:15 del 21 settembre 2018. Continuando in quella direzione, seppur rispettando le regole, qualcosa di duro come una camionetta mi avrebbe danneggiato gravemente le possibilità lavorative. Il fatto di essere rimasto illeso, oltre che probabile dono divino, ha soffocato la mia iniziale lettura, anch’essa coperta dalla rabbia per l’ingiustizia subita. Difatti oggi lasciando andare quell’incisivo tenuto insieme con uno sprint ai suoi due vicini senza stabilità vista la mancanza dell’osso, collego perfettamente la seguente vicenda dell’inci-dente, appunto. In seguito un cambio di strada e di rotta mi ha facilitato un nuovo corso di vita, in cui quella parte sensibile alimentata da una rabbia ed insoddisfazione perenne, veniva chiusa in una scatola e gettata a mare, non affondando ma tenuta più lontano possibile, amandola comunque, in quanto mia, rispettando la sua funzione finora esercitata, ringraziata, e speravo, abbandonata.

Sia prima che dopo l’intervento di giovedì scorso due sogni mi hanno fatto vedere qualcosa che sto cercando di leggere da tutti i punti di vista possibili. Scendere da un’auto in cui sapevo di viaggiare con una specifica persona e far scendere dai sedili posteriori mia nonna, sorridente, può essere interpretato in modi molto diversi. Probabilmente la macchina era sempre rossa, diversa ma dello stesso colore di quella in cui Mario, mio zio scomparso da 10 anni, mi salutava annunciandomi che sarebbe tornato a trovarmi, anche questo un sogno di quell’epoca. Dapprima contento di vedere mia nonna sorridente per il mio essere in compagnia di questa persona, poi dubbioso del fatto che appunto “scendo” da quella macchina, ed allora diametralmente l’abbandono di quel percorso e di quella compagnia configura la cosa che può allora essere positiva ai suoi occhi. Chissà…
L’altro sogno di un paio di notti fa è molto più complicato e semplice allo stesso tempo. Un letto grande in cui dormo con diverse persone, aprendo gli occhi una mia vecchia fiamma mi tiene per mano. Mie parti femminili vecchie, salde, nuove, o abbandonate, almeno apparentemente. Perché la sua presenza sebbene non fastidiosa ritengo non sia necessaria e la accompagno con amore alla porta, di fronte alla quale in un altro grande letto altre persone, alcune suppongo chi siano, una in particolare dall’aldilà ritornata per sottolineare quanto l’ingresso di questa donna abbia procurato un tale rumore da impedirgli di dormire.

Non fanno in tempo a passare due giorni che mia nonna si rivede in sogno per sottolineare la sua delusione, verso me ed i componenti della mia famiglia. Alcune situazioni precedentemente trattate nei suoi avvisi di qualche settimana prima non vengono nemmeno più riprese, quasi ad evincere la loro impossibilità risolutiva. Alcune frasi sono però ora da riportare: “dovrei finirla di fare il furbo, è arrivata l’ora di fare pulizia e di smettere di vivere nell’allucinazione che mi sto buttando via, ricordandomi che devo dare l’esempio”, e poi per tutti, “cosa non vi è chiaro dei precedenti suggerimenti?”, “le tante bugie non fanno che creare altra nebbia”, inoltre “se non ci diamo una regolata lei non potrà più aiutarci”, visto che “il tempo stimato per prendere la via del cambiamento è di 21 giorni”.

Avevo una spada di Damocle sulla testa già nell’ultimo articolo ed era il 26 ottobre scorso, ora una condanna, risolvibile o scontabile forse, solo con la verità. Ma non so davvero se il domino a cui vado incontro in un caso o nell’altro, mi travolgerà dentro e/o fuori, se arriverà un altro step depressivo e massivo come ad inizio anno, di cui sarei nuovamente unico artefice.
Ed ecco che oggi il mare mi viene in aiuto, per raccontare e raccontarmi, per ridimensionare e ridimensionarmi, per azzerare e calmare la mente inutilmente attiva alla ricerca dell’escamotage, ancora, che mi darebbe ragione sapendo di mentire. Questo mal di terra appena messi i piedi giù al rientro, ha evidenziato che quel mio essere marinaio in mare ed in terra forse ha fatto il suo corso, che le mie ferite o la mancata riconoscenza di cui ho sempre sofferto non debbano più portarmi a cercare fuori o a nutrire una nuova parte malata, parente di tutte le altre da lì in avanti, proprio quella parte che accompagno all’uscita.

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