Rifletto da qualche giorno sul messaggio ricevuto, sbattuto in faccia o dentro alla bottiglia, scura… Forse non tanto tempo fa avrei cominciato dicendo “una volta che mi sembrava di fare bene…”, oppure “chi è senza peccato scagli…”, ma non c’è confronto nella colpa, più o meno grave, c’è solo responsabilità. E la coscienza lo sa, inizialmente senti urlare o stridere, poi trovi il modo fin troppo semplice di soffocare quella voce, ma non quel senso di buco allo stomaco. Se continuo a giustificarmi significa che sto ancora mentendo, altrimenti non ne avrei bisogno. E mentire è parte di quell’albero che deve morire, necessariamente, pena sapere di terminare e il ricominciare di nuovo alla prossima volta, da un momento all’altro poi, visto il coro di “sei troppo dimagrito”, e la mia cosciente comprensione di non stare bene a livello digestivo. Il mio essere estremamente fortunato non può avere una relazione di coincidenza casuale e gratuita. Niente è gratis, la vita da e prende, spesso pre-tende, dona per insegnare a nutrire, donare, avvengono strani prestiti inconsciamente richiesti che dimentichiamo nel momento della restituzione. Non c’è indulto o condono nella vita. Tutto torna, specie se continui ad esercitarlo nel bassofondo dell’anima, cioè il mondo da cui so di poter elevarmi. Il corpo fisico, la materia, le sue manifestazioni, ed i relativi tentativi di manipolarla, non fanno, non possono più fare per me. Altrimenti non sarei portato, attratto, predisposto, spinto, verso altri corpi. Energetico, causale, atmico. Forse, o chissà se hanno davvero quei nomi. Forse è un altro piano, e basta. Giocare con i numeri, le formule e le carte è fin troppo semplice da questo vecchio lato, proprio perché non serve mi viene dato per semplice ed in breve mi annoia pure. Come la sicurezza di pescare quel jolly, quella matta, nel mazzo di carte da scala, nel momento in cui sono in breve stufo e mi manca solo una carta da scartare per chiudere, non potendo rinunciare a niente, data la fila di carte ambiziosamente collezionate e facenti punto, scarto il jolly per l’appunto e chiudo la partita. C’è poco da ridere, lo so. Marinavo la scuola e sapevo che non era la strada, ingannavo il tempo con caffè e sigarette, in quel momento inutili come le chiacchiere per riempire quelle ore in cui l’enfasi di quell’evasione dall’ordinario aveva già scemato, stonato, stufato, come quella mano di scala che interrompevo in quel modo. Era fin troppo semplice, come entrare in campo con i più piccoli.

Oggi quei giochi terreni, con tutto il rispetto hanno sempre il loro fascino, la loro funzione ed attribuzione, ma sembra non corrispondano al mio compito, motivo per cui anche la magia vi finisce dentro, inoltre sembrano fin troppo evidenti ai miei occhi, semplici da leggere e da vedere. E dove starebbe l’immensa fortuna allora? Nel vedere che quella strada che percorrevo a quell’altezza aveva un determinato focus visivo, una certa prospettiva visiva, una specifica visibilità. Innalzando l’altezza del percorso, quasi usando un mezzo di trasporto “più alto”, ho più vertigini ma vedo più lontano, non per attribuirmi premio di visione ma per saper mettere a fuoco cosa mi è dato vedere. Nel cammino verso un’unica questione. Cioè cosa sono ritornato a fare in questa esistenza. In che modo stavolta, a quasi 50 anni, cimentandomi in un’attività nuova e più difficile, lascio la semplicità e gli onori delle mie facoltà su discipline sottostanti, sempre accettando l’egregio lavoro fatto e che vedo correntemente fare, in che modo stavolta, saprò abbassare la testa ed entrare di nuovo, per ultimo, in una classe già formata. Ed imparare nuovamente qualcosa di nuovo, anziché mischiare le vecchie carte sapendo quale demone mi aspetta estraendo la prima. Ritornando alla reale questione, piuttosto che giocare rispolverando vecchi giochi che immediatamente stancano, cerco di focalizzare sull’unica questione che prima o poi bisogna affrontare. Cosa sono venuto, tornato, ritornato, arrivato, giunto, a fare qui? Sembra a volte di essere vicino a quella fine, quella fine delle ostilità che mi è stata preannunciata in una lettura a luglio in cui non potevo scappare, la fine delle ostilità avverrà soltanto se smetterò di giocare ed inizierò a fare seriamente, concentrandomi sulla fortuna, l’opportunità e la capacità, di scoprire il senso reale di questa esistenza. La triplice ed unica valenza della verità, dello scopo più alto che ogni livello comprende. Ero bravo a misurare ed a predire, ritrovo allo stesso modo un particolare quanto inutile potere, una specie di fascino, di questo e di quello, comunque, sarei sempre abile ma smetto, perché non mi serve più, sono i libri della scuola precedente, ma devo andare in “seconda”. Non ho la più pallida idea di quel che sarà il piano di studi, ma devo sbrigarmi ed andarci, sono in ritardo, la classe è già completa ed il mio karma di ritardatario farà sì che sarò pure visto come tale. D’altronde se mi rifiuto di andare a scuola prima o poi quel che ho saltato dovrò affrontarlo, insieme al nuovo, con doppio impegno, non sono nella condizione di sperare nemmeno che mi sia condonato.

E’ una cosa curiosa, alquanto strana ma il brivido lo conferma, anche nella sua inesattezza sintattica o grammaticale nel descriverla: il mistero di questa vita, quello che mi chiedevo quando da bambino arrivavo con la mente nello spazio sempre più lontano per arrivare poi alla stessa domanda, “e poi?”. Quell’e poi simbolico di tanti come, perché, quando, che si perdevano in quel buio spazio, e che solo oggi in questo silenzio forniscono risposte esatte ma senza parole.

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