Tra domenica e lunedì di due settimane fa ho completato una tela verde che avevo preparato già da un paio di mesi. L’ho fatta in un momento in cui ero fortemente giù, lasciavo scorrere e attraversavo, facendomi attraversare da una crisi che ha lasciato un segno più profondo di tutto ciò che mi è successo intorno. Già, perché ne è pure successo davvero parecchio intorno, ed io, a volte quasi a pilota automatico, a volte aereo senza conducente, a volte in cabina di guida, ho sorvolato, agendo, osservando, ignorando, talvolta quasi impotente. Quella tela verde aveva nella sua realizzazione una tecnica ed una mistura di colore che mi affascinava, ma che mi ha sempre affaticato, e che oltretutto con difficoltà ho scelto, a livello cromatico. A livello interiore simboleggia la difficoltà di accettare ed accogliere il mondo intorno a me.

In quei giorni avevo però anche steso del colore su un’altra tela, di identiche dimensioni, e per la quale ho scelto di mescolare diverse qualità di viola chiari e scuri, di blu e di rosa, fucsia, arancio, ma il risultato è rimasto di un violetto tipico di chi sta pensando troppo e intuendo poco, oppure di chi sta sentendo talmente tanto che ne viene quasi sovrastato, al punto di cercare di rifiutare quello che imperativamente sta arrivando. Quelle due tele, la verde e la viola, le ho preparate il 12 febbraio, più o meno intorno alle 13.
Circa dodici ore dopo completavo quella viola, con lo stile rappresentativo di quello che ero abituato a fare, sicuramente con migliorate mani, con tecnica evoluta, e cuore ampio, nonostante la lunga pausa che ho dato alla pittura, dovuto al forzato cambio di domicilio che mi è capitato, da un grande spazio ad un piccolissimo spazio, sebbene sia tornato con la mia “famiglia originaria”, mio nonno, e mia nonna. Sì, lei, perché lei manca ma è sempre qui, e ora finalmente ha tutte le età che vuole, oltre alle forme, visibili ed invisibili, dell’amore universale.
Comunque quel bellissimo quadro ha qualcosa che non mi finisce, non mi soddisfa completamente.

Sia chiaro, è molto bello, ricco di significato, bello carico di energia, di polvere di stelle e di glitter. Mi sono sentito bene nel farlo, ma è come se nella sua composizione corrispondesse ad un vecchio me. Al di là del giudizio sullo stile, la scorciatoia degli stencils, sapeva da minestra riscaldata, pur piacendomi molto. Ma al 12 febbraio ero nel pieno del mio buco nero, e non vedevo oltre le poche ore che mi si prospettavano davanti. Sentivo, forse troppo, e la mia condizione non mi consentiva di decodificare quelle sensazioni in parole, in tematiche a me utili, in corretti messaggi, in segni, a volte rasserenanti della fiducia di cui avevo bisogno.

Quindi una domenica di un paio di settimane fa prendo in mano quello sfondo verde. Vi comincio ad applicare alcuni nastri decorati. La semplice e complessa follia di operare fuori da uno schema. Recupero tre fogli cartoncino con alcune prove che avevo eseguito nel 2020. Galassie, alberi, sfoghi di colore. Decido di incollarli sulla tela in maniera “trina”, ma senza brama divina. Quelle prove non erano, al tempo, secondo me, nemmeno degne della tela, eppure erano particolarmente significative. Al contempo, non sono sicuro, potevano essere emerse avendo a disposizione soltanto quei fogli, e non si poteva fare altrimenti. C’è quindi in quella tela di quel giorno di febbraio, applicato quello che per me era il nuovo inizio della pittura in stato di reclusione serale del primo dei due anni dell’inganno. A quel punto so che devo prendermi il rischio. Quelle piccole tele sui fogli sono state incollate in maniera asimmetrica, coprendosi parzialmente. Quindi sotto c’è, sebbene una parte non si veda più. Come i singoli ingredienti in una particolare ricetta, sono presenti, nascosti, coperti o trasformati. Quindi decido di operarvi sopra ancora. Linee di colore che strisciano dall’alto, dal basso, come un reticolo irregolare. Colori specifici che generino luce, così come gli schizzi e gli sgocciolamenti atipici che sono seguiti, anch’essi caduti dall’alto, e che sono andati a creare, assieme a colle e glitter, e varia polvere di stelle, l’infinito spazio di tempo che ho attraversato in tre anni abbondanti. Dalla ennesima reclusione e impotenza, all’espressione, dal dolore e depressione, alla gioia di un dettaglio fiorito nel mare di fango, alla vergogna delle mie maschere, alla sorpresa di essere capace e saggio, fino al risultato finale in cui tutto c’è, tutto, e nel suo complesso è qualcosa di diverso, che però contiene il tutto, sebbene solo io sappia che c’è, e per poco tempo, come un ricordo in un cassetto, so anche dove. Ma gli ingredienti anche in questo caso si sono mischiati, coperti, trasformati, come ogni parte di materia fisica nello spettacolo della vita, fino al punto di non sapere più o nemmeno che quel verde viene dal giallo e dal blu, che quella casa si chiami “casa”, quel quadro sono io nel risultato di quei tre anni, è quello, ed è esattamente ciò che è, oggi, ed ogni volta lo si guardi, sebbene possa riportarti a dei ricordi, delle emozioni, delle intuizioni, rimarrà sempre ciò che è, quale meraviglioso dono nel “qui e ora”, tipico della magia dell’arte.

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