Periodo prolifico, periodo estivo di riflessione “solare”, quindi potente ed illuminante, ma anche evidente, come da sinonimo suggerito. Voglia di scrivere, come anche oggi, senza sapere nemmeno cosa, senza sapere da dove partire, soltanto la voglia o la capacità di farsi trascinare dalle parole, dalle idee, dalle intuizioni e dalle sensazioni. Dai segni ricevuti, dalle coincidenze, dai deja vu e dalle ripresentazioni di dinamiche simili. Appunto. Quali dinamiche e tematiche tra le tante sopra espresse sto vivendo oggi? Davvero tante, tante emozioni e sensazioni, prima tra tutte quella di non sentirsi più solo. “Solo e non solo”. Così come tutto e niente. Io sono tutto. Io sono niente. Una riflessione profonda già descritta, di difficile scelta tra dualità non evidente. Io sono solo, nasco solo, muoio solo, come proprio in questi giorni condividevo con una cliente. Da soli arriviamo e ce ne andiamo. Ed esattamente come la morte, pellegrino andare verso la stessa meta, unica certezza, quindi viaggio alla scoperta del passaggio, allo stesso modo non vi è altra certezza dell’aiutati che Dio t’aiuta, adagio dei nostri nonni che sottolinea la nostra capacità di non sentirsi soli, la nostra capacità di cavarcela da soli, un modo per riprenderci la responsabilità che meritiamo, a dispetto di ciò che erroneamente si pensi, o che si creda, che l’aiuto caschi dall’alto o che qualcuno sia supporto fisso per noi, in linea più profonda significato nascosto che la compagnia sia migliore della solitudine. O che ancor meglio si riesca a distinguere il vero significato della parola solitudine. L’accezione non più negativa o positiva, o meglio neutra, quindi perfetta, unitaria. Da soli arrivano intuizioni, idee, maturazioni, che sicuramente tramite la compagnia o lo specchio degli altri vengono sollecitate.

Un periodo esattamente speculare a quello dello scorso anno, in cui grandi e sorprendenti sollecitazioni esterne hanno condizionato il mio modo di rimanere presente e il più possibile coerente, facendomi perdere le staffe, il controllo, la calma, la gioia, il potere, quasi tutto. Anche quest’anno una grave sollecitazione esterna ha minato queste solidità, alcune virtù forse, che non sono innate, vanno sempre scoperte, curate, collaudate. Proprio perché in caso di necessità sono ausilio nel risolvere nel minor e miglior tempo possibile la prova, accogliere o incassare il colpo ricevuto senza rispondere materialmente, comprendere il significato di ciò che sta accadendo, solo per me. Gestire la sorpresa, l’evento inatteso a cui non eravamo preparati.
Come spesso esprimo in ambito aromaterapico, un grande chef può pescare dall’immondizia ingredienti e creare un buon piatto, può pescare buoni ingredienti per creare un grande piatto. Non tutti siamo chef, e pescando ingredienti eccellenti, anche noi porteremmo a casa un piatto soddisfacente. Sottolineo spesso il fatto che ognuno di noi è bravo in una ricetta, che esegue probabilmente sempre allo stesso modo, eccezion fatta per il giorno in cui commette un errore e sbaglia il piatto. Giorno in cui impara qualcosa di nuovo, probabilmente la composizione di un piatto nuovo e migliore. Non previsto, sicuramente. Quindi quest’anno ho imparato che non sentendomi solo sono più forte. Ho imparato e consolidato che le differenze di questo mondo mi appartengono. Ho imparato che la rabbia dei componenti della mia scena è dentro di me. Che la “mia occasione rende il mio uomo ladro”, nonostante lo consideri disonesto. Ma onestà che cos’è per me? Quale accezione gli do?
Parlavo di rabbia intorno a me, e ne ho vista tanta, accecante la capacità di discernere la reale perdita di potere e sicurezza, dalla prova che si configura in quel momento. Anche il mio consulente di fiducia, sebbene maternamente, sfoga una rabbia interiore che rispecchia ciò che negherei fosse già in me. Anche in maniera presente, quando ancora per un evento inatteso che mi crea male fisico tendo ad esplodere. In parole povere, se mi faccio male senza volere, reagisco con rabbia. Evento inatteso, magari doloroso, fuori dallo schema, fuori dal controllo. Questo lo rivedo anche nei componenti della mia storia, mio consulente compreso, per cui la sua inaspettata reazione di rabbia mi offende, mi immobilizza quasi, per il dispiacere che ne/mi permea, in cui in quel momento tutto quasi va a farsi benedire, perché il personaggio sta urlando il suo potere, messo a repentaglio da chissà quale imprevisto. Sicuramente ho bisogno di quel consulente, ma anche di aiutarmi da solo, e scegliere quale momento migliore sia dedicato all’inizio delle mie responsabilità, per cui non posso delegare le conseguenze. Correre il rischio di sbagliare, per imparare, da solo, abbandonando momentaneamente la stampella, per vedere se so già camminare da solo, fosse anche per qualche passo.

L’entrata in scena dei personaggi nei rapporti che ho con i componenti del mio film, la simulazione di cui sono artefice, mi si localizza e si manifesta come un campanello che suona e mi avverte che in quel momento non c’è più lo scambio di prima, nemmeno fossi sicuro che prima fosse tra due anime, ma si mostra a quel punto evidente il demone contro lo schema, il vampiro contro il licantropo o il morto, o tutti i possibili derby del caso… Ed alla bestia che sta ormai ringhiando non si mette più la mano in bocca per calmarla, io non divido le acque, figurarsi altri miracoli!
In quel momento se inneschi egoicamente o impavidamente un ulteriore tentativo di scambio, partirebbe un match senza senso, senza fine, senza significato, senza vincitori né vinti. Quel cane che sta ringhiando va lasciato lì, in quella scena, e devi allontanarti, per vederla da lontano, sentendo quel distacco che umanamente potrebbe generare dispiacere da abbandono. Ma abbandonare quella parte fa parte di alcune scelte. La scelta già descritta di non sfamare quella bestia, di non mangiare da quel piatto. Allo stesso modo le reazioni di paura, mancanza di sicurezza, perdita di controllo, vanno viste con compassione, ma vale sempre l’esempio della mano che si avvicina alla morsicatura, è una scelta la cui responsabilità ricade sulla mano stessa. Per non ricadere nell’eterna Discesa agli Inferi

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