Inevitabilmente la morte non avvisa. Ti calpesta con le scarpe sporche. Ed anche se è solo terra, e sicuramente si lava, la macchia è fastidiosa. Quanto dolorosa.

Proprio oggi che pensavo all’impegno profuso nel percorso che sto facendo, quanto sia grato a me di averlo effettuato e dove sono arrivato. Proprio oggi che arrivavo ad una grande tappa. Un esame importante. Proprio nel primo momento di stasi, in cui quasi tiravo il respiro e mi regalavo un istante di silenzio, mi squilla il telefono per avvertirmi della dipartita della mia seconda madre.
La morte non avvisa. La morte non si fa prevedere. La morte è certezza, unica certezza, ma arriva sempre in anticipo.

Spesso quando si è molto malati o distanti dal proprio corpo, l’esistenza stessa attende quel momento.
Il problema però è sempre degli altri, di quelli che stanno intorno e che rimangono. Di coloro che, resteranno soli, perderanno l’abitudine, sentiranno la mancanza, patiranno il senso di colpa, proveranno il dolore tipico. Il dolore tipico che caratterizza l’essere umano. A seconda dei ruoli, dolori simili ma uniti.

70 anni insieme ad una persona e poi lasciarsi. Contro la propria e l’altrui volontà. Un amore fuori dal comune, un rapporto d’altri tempi. Oggigiorno incomprensibile forse. Una compagnia per la vita, con tutte le difficoltà, le gioie, le abitudini, gli schemi, l’affetto, i compiti, gli screzi, la fatica, le vittorie. Una coppia che perde un componente. Un equilibrio che perde il contrappeso.
Un figlio che perde la madre. E la vede spirare tra le braccia. Ed anche se lei era in condizioni di assenza di personalità, anche se apparentemente viveva uno stato terminale senza certezza di interruzione, comunque quel figlio perde la madre, e non c’è età matura in grado di sopperire allo strappo nel cuore che avviene. Inevitabilmente i ricordi ritornano ai migliori momenti, che sovrastano quelli finali.

La stanza si riempie dell’essenza della persona, con quel corpo abbandonato che sembra un’altra persona, e che sembra addirittura estraneo. Eppure lei è ancora lì, e il dovere ti impone ancora di restituire con gli interessi ciò che hai ricevuto, anche i doni di quando non ne avevi la minima coscienza.
Lo stato interiore che si vive è particolarmente strano. Pieno di una strana energia che sfocia in un peso sopra il cuore, una sensazione di svuotamento, di alleggerimento, triste serenità, per la fine della sofferenza materiale. E per l’ipotetico inizio di quella emotiva.

Tanti anni fa ho visto un film in cui si descrive l’evento della perdita di una persona cara nella memoria umana, come il ritrovarsi il ricordo nelle mani. Questo ricordo viene messo in tasca come fosse un sasso. Un sasso che si fa sentire contro la gamba. Via via col passare del tempo quest’oggetto finisce nell’abitudine e diventa un peso trasportabile senza colpire direttamente il cuore come nei primi tempi. Poi capita che quei pantaloni vengano cambiati e cambiati, altre paia. Poi capita un giorno in cui, quasi senza rendersene più conto, si vanno ad indossare proprio quelli, e nel mettere le mani in tasca ci si ritrova quel sasso, indelebile ricordo dell’evento.

Ma cosa è la morte per chi vive? Per chi rimane, in particolare. E’ un insegnamento, necessario, non tanto per la certezza di come funziona la vita. Quel che insegna è molteplice. E per come la vedo io è, e deve essere, sempre e solo positivo. È positivo l’insegnamento, il ridimensionamento. La dignità e la coerenza di quando si lascia. Lasciare andare e lasciarsi andare. Abbandonare per ritrovare.

Sei con noi nonna e mamma, ora come e meglio di prima. Nella tua vera essenza.
E nell’esserti grato di tutto, ti ringrazio particolarmente per gli insegnamenti che ci hai dato, proprio quelli, e proprio questi, degli ultimi giorni. Per la verità che hai trasmesso per tutti questi anni, e specialmente in questi ultimi giorni.

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