Lunedì scorso ero al funerale. Compimento finale ma senza fine di 20 giorni di passione, nervi tesi d’acciaio e rigoroso lavoro, compiti, faccende, pratica dell’accudire, accompagnare, assecondare, gestire, proteggere, controllare, lavare, cucinare, riordinare… In quel luogo, prima della conclusione della messa alcune persone avevano la possibilità di intervenire con parole che annodavano le loro stesse gole nel pronunciarle. Quel che ancora una volta avrei voluto dire non l’ho detto, non l’ho detto davanti a tutti, perché probabilmente esterrefatto da tanto amore, sorpreso da un’omelia alternativa, dai temi quasi a me familiari, sebbene la religione cristiana ed i suoi crismi, sacri, s’intende. E poi quell’incenso, fumante, come quello che accendo tutt’ora in quella casa, eccezionalmente più buono e profondo di quello che accendo e brucio facendo testare la clientela in fiera. Pur trattandosi del medesimo. Davvero molto più buono. Di questa persona posso inchinarmi di fronte alla franchezza. Ed esattamente come per la Boswellia Sacra, chiamata Frankincense, incenso franco, incenso “vero”. Il vero non ha sempre ragione, anzi, casomai la ragione viene smossa. Il vero però è unitario, distinto, non duale. La franchezza come verità, come propria verità, senza mezzi termini, senza sotterfugi, e soprattutto senza vendersi, senza dipendere da nessuno, senza bisogno di riconoscenza. La remissione dei propri debiti, umanamente compiuta, senza la richiesta al padre nostro, sin da bambina, anche quelli ereditati. Quella capacità e quella determinazione mi hanno sempre colpito. E quella remissione è stata effettuata fino all’ultimo giorno, rimettendo ancora una volta i miei, di debiti. L’ultimo gesto prima di perdere quasi completamente lucidità. Quasi aspettasse glielo chiedessimo.
Curioso l’aneddoto per cui, e parliamo degli anni 40/50 del 1900, ricevute in sogno determinate indicazioni da suo nonno, con i propri risparmi marinava la scuola per giocare al lotto. La madre scoprendo la mancanza la picchiò, non poco, nonostante una vincita che risanò completamente i debiti di tutta la sua famiglia. Al servizio, di chi ha bisogno, sempre. L’ha sempre fatto, nel suo modo migliore, e nella franchezza di responsabilizzarti se ti aiutava, come il classico “aiutati che Dio t’aiuta” che mia nonna mi ripeteva spesso da bambino. Perdo una madre adottiva che adoravo da sempre, facevamo coppia divertendoci, ed anche per commissioni complicate o la cui vena burocratica potesse tediare, a noi si liberavano le file e le strade. Era bello portarla al bar e vederla gustare quella brioches, mentre magari mi sgridava per qualcosa. Sua figlia è stata la mia fidanzata dal 1993 al 2012 ed ancora oggi compagna di cuore profonda, sorella, famiglia, socio affidabile insostituibile, la persona migliore del mondo per me, ma un leader dal carattere difficile per quelli con la tendenza molle come me. Spesso dicevo scherzando che andavo più d’accordo con la madre che con la figlia. Entravamo ragazzini in quella bellissima casa e la trovavamo seduta nel tinello su quella poltrona. Le dicevo, ti accendo la tv? E lei, – No, per carità! Fumava al tempo quelle sigarettine così sexy e sottili come lei, che non ho mai guardato se non come la mia mamma. A volte tirava fuori su richiesta le sibille. Una volta le chiesi, era il primo anno che stavo con sua figlia, forse addirittura meno, le chiesi appunto se sarei stato con lei per sempre. Avevo diciassette anni. E lei molto pacificamente mi rispose una frase che ricordo bene più e più volte all’anno: – “Dipende da te”. Niente di più vero oggi, a quel tempo di difficile interpretazione per un ego acerbo ma suscettibile come il mio infantile istinto a rifiutare ciò che non capivo. Eccellente lettura da scuola di magia bianca. Quando hai di fronte un esempio del genere, lettura disinteressata e addirittura smemorata, senza brama ne ricamo, ti senti davvero un coglione. Nessuna brama, nessun possesso, nessun depotenziamento, nessun veleno. Poi alle mie domande seguenti, quasi a cambiare le carte in tavola secondo mio stile, interrompeva chiudendo il cerchio di carte e chiedendo cosa voleva mangiare la figlia a pranzo o a cena, o se ne usciva discorrendo con un tipico “fico a merenda”, tale era il disinteresse o fosse svanito il ricordo di ciò che aveva appena detto. Quella casa che lei ha aperto per me immediatamente come un altro figlio, quel figlio che perse anni fa e che come quella mia foto girata a testa in giu in un cassetto, riprese non senza difficoltà, ma nella magia della vita e di come il tempo racconti e porti il vero. Quella casa in cui, a differenza della mia, la cena veniva servita sincronicamente al nostro rientro, e non al loro o a quello di suo marito, sebbene noi si andava in giro tutto il pomeriggio. Non avevo mai mangiato la pasta con zucchine e gamberi, né potevo sapere quanto amore c’era dietro al meraviglioso sapore, e come per il risotto in bianco di pesce, il cui lavoro a priori le richiedeva tempo ed impegno, per come ero abituato non pensavo nemmeno di meritare quelle quantità, davvero ancora esterrefatto se ci ripenso. Mi lasciavano il tegame, e se la godevano sorridendo nel vedermi mangiare di gusto. Un sogno per me ragazzino, con la fame che mi ritrovavo, venivo da una casa in cui per cinque sovrappeso mia mamma divideva mezzo chilo di pasta, il quantitativo che invece loro mettevano a mia disposizione. Lo stesso dicasi per la pasta all’arrabbiata o la carbonara di Savino, capolavoro magico di brevità, cinque minuti ed era pronto, chiamandomi Nano… Così come quando lei scodellava quei capolavori con la solita domanda: – Salato o insipido? e per me era come sfottermi, perché la risposta era sempre la stessa, – Ottimo!

Nessuno è perfetto e come accade spesso ci si può scontrare o trovare in disaccordo e non conviene mai, mai, lottare per far valere un’idea propria, sebbene la lotta sia importante per far sì che chi ami possa avere quella libertà. Quella di poterla avere. Potrei continuare in infiniti esempi, ma li custodisco dentro, e li porto con me, ora che lei è dovunque. E non c’è prezzo da pagare o pena da scontare per chi, come lei non ha mai nemmeno imprecato, nemmeno quando la scorsa settimana nel mio abbraccio si definiva con un filo di voce “un sacco di patate”, per il dolore estremo provato che tendeva persino in quel caso a risparmiarti, come ha sempre fatto, tenendo sé per ultima di fronte alle crociate del suo dispiacere nella sofferenza di chi conosceva e sapeva in difficoltà. Un esempio. Una madre. La madre onesta del mio cuore. Onesta e quasi mai fessa. Nessuno così onesto come lei ho mai conosciuto e non credo conoscerò mai più, quindi un dono di esperienza e di esempio incredibile ricevuto in questa vita.

Lei che ora tiene ancora in braccio la mia Ester…

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