Niente allusioni pugilistiche. Anche se alcuni cazzotti fanno meno male. Gancio come aggancio. Qualcosa che ti tiene. Unico rimedio, sganciarsi.
Non sono i soggetti i colpevoli, quanto il permetterlo.

Ci si sente agganciati quando si sente obbligo, costrizione, aggancio. L’abitudine che si è data diventa la norma. E in men che non si dica diventa obbligo. Certe abitudini si danno anche ai figli, e a volte potresti staccargli la testa. Esattamente come il figlio che d’un tratto se ne esce con una frase che mette alla prova la propria pazienza. Ma d’altronde il figlio, come il gancio, può sapere di aver proferito sittanta bestemmia? Oggi leggevo questa citazione biblica: “Signore, perché mi bastoni”? Perché tu umano capisca il tuo limite.
Infatti il problema è proprio, non esterno o altrove. Il proprio silenzio dovrebbe essere inviolabile. E chi lo viola non è sfacciato o maleducato. Siamo noi che lo apriamo. Non sempre siamo capaci di mettere al primo posto noi stessi, nel modo giusto s’intende. A volte il silenzio può sembrare assenso o dissenso.

Se silenzio fa rima con rispetto, non è detto risulti scontato. C’è chi, sulla base delle proprie esperienze, ottenga una meritata solitudine, anche sulle spalle di alcuni innocenti. Anche questo non è giusto, però apre la strada al metodo. Riempire il tempo con qualcuno per attutire un malessere tipico del restare presenti a se stessi, è già sentore di qualcosa che non va.

Da ragazzo c’è stato un momento in cui ho scelto la solitudine agli amici. Anche perché in quel momento non sapevo, ma poi ho constatato di essere pieno di amici. Amici del bere, amici del fumo, amici della macchina, amici della compagnia fine a se stessa, scampolo del non pensare, del non fare mai i conti con se stessi. Questo l’ho capito solo dopo, mentre inizialmente, pensavo di avere qualcosa di sbagliato.

Oramai bisognava farlo. Bisognava andare, bisognava essere. Senza più chiedersi il perché. La domanda è: “se non vado/faccio/dico/mantengo cambia qualcosa?”
Sì, probabilmente perdo qualcosa. O guadagno? Anche perché per continuare nella promessa, nell’obbligo o nell’abitudine spengo la mia verità. Quella a volte cruda ma sincera. Quella che teniamo nascosta per paura di non piacere a tutti. Quella che poi viene dimenticata perché ormai siamo come vogliono gli altri. Permettiamo. Grande parola. Ma con dei limiti. Permettiamo che sulla base dell’idea che gli altri si facciano di noi, altri possano sapere noi chi siamo, o come siamo, e addirittura perché. Inoltre si sacrifica del tempo, tempo non certo utile alle nostre priorità, un conto con noi stessi che solo individualmente si paga.

Tanto di qua, quanto di la. Buoni o cattivi. Gentili o cafoni, veri o falsi.
Poi arriva un giorno in cui, senza arrabbiarsi, sempre in verità, si decide di non ascoltare più, di chiudere i rubinetti, di non avallare, di non soprassedere, di non essere più passivi. E se la lezione ha sortito l’effetto, non vi è rabbia, ma serenità, nel rendersi conto di un’altra opportunità, quella del giorno seguente, se concesso. Sempre nell’ottica già espressa, quella per cui non vi è colpa esterna o altrui, ma solo, eventualmente, propria. Eventualmente, certo. Perché all’ottava superiore le colpe non esistono.
Comtinua, sicuramente, perché nulla ancora è stato detto…

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