Senza che? Senza imparare o senza perseverare?
Errare in quanto commettere errore. Oppure errare in quanto esplorare. Forse non vi è reale differenza.

Eppure l’esperienza non diverte nel preciso istante dell’errare. Anzi. Si impara dagli errori, ma non è detto vi sia un numero infinito di possibilità di sbagliare per apprendere la lezione. Ed ecco che ad ogni fallo, corrisponde un pentimento. Via via sempre più pesante per ogni volta lo si riviva. E soprattutto quando sia medesimo al precedente.
Il giorno della marmotta si ripete.
Però la vita non è un film, e nel mentre si muore realmente. Chi non ha mai avuto remora sull’immedesimarsi nell’apprendere di una morte prematura… Il terrore interiore di fronte alla morte, che deriva dall’insoddisfazione per cui l’esperienza non poteva concludersi così.
Sul letto di morte o all’ombra del ciliegio si diventa improvvisamente saggi.

Ma perché, nonostante a posteriori sia evidente, commettiamo gli stessi sbagli, anziché esplorare il nuovo? Siamo avvelenati, perlopiù da noi stessi. E i veleni sono atteggiamenti tipici, come nel buddismo i tre animali simboleggiano, tre caratteristiche tipiche della nostra pochezza. E pensare che proprio gli animali insegnano coerenza ed onestà. Ira, attaccamento e identificazione. E poi il giudizio. La Special Guest che affianca il pluripremiato trio. E l’EgoIsmo, altra bestia feroce. Guardiana del cancello della mente.

Una frase su tutte mi ha fatto riflettere nell’ultimo periodo relativamente alle influenze esterne che “pensiamo” siano causa dei nostri mali:
”Nonostante io non approvi le tue azioni, Io ti Perdono,
ma soprattutto ti Chiedo Perdono per averti giudicato”

Rimane il fatto che ho errato anche stasera ma non so bene per dove.

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